iThink Different

A me non piacciono mai i santini – nè tantomeno la caccia alle streghe. Quindi dico la mia sulla morte di Steve Jobs, inserendola in una serie di riflessioni e discorsi che sto facendo nelle ultime settimane; per la precisione dall’uscita di questo post dei soliti WuMing sul loro blog Giap, che vi invito a leggere.

Già il fatto di partire da qui, dovrebbe aiutare a far piazza pulita da miti e mitologie facili: Steve Jobs era Apple e Apple è una delle megacorporation che si spartiscono il mondo  – una zaibatsu, mi suggerisce il lettore di fantascienza che ho in testa. E nelle storie che piacciono a me, le zaibatsu non stanno mai dalla parte dei buoni.

Eppure non si riesce, a mettere Steve Jobs tra i cattivi. Di questo vorrei parlare, perchè sarà meglio capire bene come funziona questo meccanismo. E se permettete, la prendo un po’ alla lontana. Se vi annoiate, pazienza. C’è piena la rete, di elogi sperticati tutti uguali, di discorsi di Stanford e di biografie copiate qua e là.

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Santo subito / 2

E spera e spera, un uomo arriverà 
l’immagino in strada, nei cortei, fra noi 
aver paura, piangere 
cercare i figli morti per lui –
E l’uomo in bianco scese dal cielo  
ma era al di là delle barricate – 
E l’uomo in bianco vide la morte 
ma era di là dalle barricate…

Questa canzone è incastrata nei denti da una cifra di anni.
Ne abbiamo già parlato, ma visto che siamo alla data ufficiale, è sempre meglio rinfrescare quel po’ di memoria che ci è data.

Drive In a reti unificate

Mentre il mondo ribolle, e noi ci dedichiamo tutta l’attenzione, dalle nostre parti si discute molto. Nonostante l’occasione del discutere sia sempre quello là, ossia un’occasione miserevole, spesso poi nelle discussioni vengono fuori elementi interessanti, spunti illuminanti, cose su cui riflettere. Quindi l’invito a tutti è di cercare, leggere, provare a farsi delle domande – che è sempre un dovere di tutti.

Ad esempio, nel fermento di discussioni provocato da proteste e manifestazioni convocate e organizzate da donne, mi salta all’occhio questo post di Lipperatura.
E’ breve, leggetelo. Se vi va potete anche leggere l’articolo del NY Times linkato alla fine testo, sullo stesso tema. E guardare la puntata di Matrix, sempre linkata, che è l’argomento del tutto: ossia il retaggio culturale di Drive-In e di quella roba lì.

E’ un tema su cui ho molto riflettuto qualche anno fa, e in sostanza sono arrivato a questa conclusione: quel tipo di tv ha cercato di rubarmi anima, cervello e personalità mentre mi distraeva fornendomi abbondante materiale per le mie session masturbatorie adolescenziali. Fortuna ha voluto che abbondanti anticorpi siano presto arrivati dalla scuola (pubblica) di qualità che ho frequentato, e quindi resto un simpatico cazzone, sempre discretamente attratto da culi e tette, ma direi in grado di ragionare autonomamente su quel che succede, o almeno di provarci.

Vi invito a farlo; se volete, trovate qui sotto gli interventi più illuminanti (secondo me, ovvio…) della lunga discussione seguita al post. Tra tante chiacchiere, e tantissime testimonianze di poca capacità di riuscire a discutere davvero, ci sono alcuni fili interessanti: il presunto (?) approccio rivoluzionario-dall’-interno della tv di Antonio Ricci, la difficoltà di noi maschietti di guardarci da fuori, il legame così stretto e oggi così facilmente visibile tra il potere (e l’andazzo) di quei tempi,  e quel tipo di tv… eccetera.
Riconoscerete alcuni totem di chi scrive, come i soliti WuMing; in ogni caso sarebbe bello che fossero letture che lasciano il segno.

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Book bloc i libri sugli scudi

Libri-scudo contro manganelli dei celerini. E parte l’immaginario.

Cosa ha reso immortale la “pantera”? Il suo nome.
Da una notizia di cronaca (un grosso felino, forse una pantera, in giro per le campagne di qualche località italiana…) a uno striscione: La Pantera siamo noi. E da lì, come una mazzata in testa all’immaginario collettivo italiano, in giro per sempre.

Sui giornali si discute sui Book bloc, e già la definizione suscita dibattito: è evidente il paragone (nemmeno troppo) nascosto con il black bloc del 2001 (eccoci, stiamo ripartendo da dove eravamo arrivati…) e con la sulfurea identità che gli è stata attribuita: di cattivi, di sprangatori, di rovinatori delle scampagnate di Genova… o chissà, forse nei ricordi di qualcuno, semplicemente di estremisti troppo permeabili agli infiltrati della polizia come quasi sempre succede.

L’idea nella foto qua sopra è geniale: in questa lotta per difendere la cultura come strumento di identità, di crescita e magari anche di guadagno e di sviluppo, sugli scudi ci sono disegnati i libri. E parte già lo stupore, di trovarci insieme Asimov e Saviano, e Deleuze di fianco a Petronio, e l’Isola di Arturo che resiste ai manganelli.

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la mia parola è: socialità

Non essendo potuto essere presente a Firenze, a ProssimaItalia (che è il nome vero della “convention dei rottamatori”…), anche se avrei molto voluto, provo a recuperare da qua. Nel barcamp (perchè questo è stato) di tre giorni organizzato dal mio consigliere regionale preferito, si sono susseguiti interventi di 5 minuti su parole chiave, mescolati a spezzoni di film e canzoni. Di film e canzoni questo blog parla da tanti anni, e gli interventi di 5 minuti su parole chiave… beh sembravano proprio, dallo streaming su Il Post, uno di quei tantissimi momenti di confronto vero nelle mille riunioni, assemblee, verifiche, tavoli di progettazione ecc che da quando ragiono mi sono auto-inflitto 🙂 in gruppi scout, collettivi, associazioni, fino al mio lavoro sociale, insomma tutto quello che di buono c’è stato e c’è in questo paese – stranamente (?) sempre ben distante dai partiti politici e dalla loro gestione organizzata del consenso… e del potere. Se c’è anche solo la possibilità che questa roba contagi un partito, senza che si faccia contagiare dalla sua burocrazia immobilista, beh per me è già un ottimo risultato. Restando dove sto, comunque mi fa piacere. Ecco i miei cinque minuti:

La mia parola è: socialità.

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Forward! he cried from the rear…

Scrivevo qualche giorno fa nel finale del post sull’annosa questione Mondadori (…ehi, è piaciuto a WuMing1 ;)) di chi resta col culo al caldo facendosi grande della mobilitazione e dei rischi presi da altri. E dicendo che è storia vecchia d’itaglia, e che quindi va lasciata stare.

Però mi è venuta in mente un’immagine di tanti anni fa, una situazione simile in cui ho imparato una lezione, e che forse val la pena di raccontare, parlando di Armiamoci e partite, o della sua versione inglese che fa bella mostra di sè nel titolo, passando per una bellissima canzone dei Pink Floyd che me l’ha insegnata.

La prima volta che ho pestato la faccia su queste faccende è stato, nello scorso millennio alla fine del secolo 1900, quando è cominciata la prima guerra del Golfo. Ai tempi ero uno studentello di belle speranze e di gesti infiammati, e feci finire i miei anni 80 tirando in piedi in una notte con quattro telefonate, due cartelloni e un coraggio che non so dove potessi trovare, una mobilitazione da far tremare la mia città di provincia, contro l’inizio dei bombardamenti intelligenti. All’ingresso della scuola, quella mattina, c’era schierata la preside nazi-tella, con al fianco il prof di ginnastica progressista-a-parole, che provocavano ed intimidivano per farci floppare, ma non ci sono riusciti. E poi quei tre o quattro prof come si deve che ho avuto la fortuna di avere, a cui bisognerebbe fare un monumento, che arrivavano con gli occhi illuminati per quel che stavano vedendo. Mi rendo conto adesso che probabilmente, un paio di loro avevano la mia età di oggi. E  passando oltre il nostro striscione, entravano a scuola. Ma come?

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Io se fossi dio…

E’ una vecchia canzone di Gaber.

Oddio, nemmeno tanto vecchia… ma come diceva lui, è roba per una razza in estinzione. Ci sono dentro praticamente tutte le cose che penso e credo, compresa la sacrosanta incazzatura contro chi mi ha tolto il gusto di essere incazzato personalmente, e il grido che Aldo Moro resta la faccia… che era – lui, e tanti tanti altri, persone e storie di cui non si può più parlar male perchè sono stati beatificati dalle pallottole di quegli altri idioti.

Non so se sentirmi bene, quando la ascolto, e pensare che almeno non sono l’unico… o stare male, a vedermi ributtare in faccia tutta sta roba.

Va beh, ascoltate e poi casomai mi dite la vostra. Continua a leggere

mi fan male gli anni 80

Da un paio di canzoni che mi son rimaste incastrate nei denti qualche giorno fa, dopo averle sentite alla radio, mi è venuta voglia di fare un giro nella musica italiana di (fine) 80, tutta la roba che era in seconda o terza fila e magari non ha lasciato grandi tracce, ma si ascoltava e si sentiva ogni giorno in quei giorni lì.

Sono arrivato alla conclusione che a me gli anni 80 mi fan male proprio.
Mi tiran fuori un male che deve essere ancora lì ammucchiato in qualche angolo buio, e non è la solita menata dei tempi belli che son passati. Anzi forse è proprio il male di quegli anni lì, che non vuole andar via. Non si esce vivi, insomma, e già lo sappiamo.

Ma quanto ne avevo accumulato, se ancora non smette di uscire.

Non si esce vivi dagli anni 80

Gli anni 80 nei miei ricordi sono l’inizio dell’importanza dell’immagine. Quella sugli schermi, naturalmente: quella delle tv private che cominciano il loro lavoro tra l’apprezzamento e la simpatia di tutti. Adesso si vedono i risultati, e si vede che sbaglio abbiamo fatto.

Ma anche (forse soprattutto) gli anni di inizio dell’importanza dell’immagine che uno da di sè, dell’immagine nel senso di look.

Anni di stilisti e palastilisti, di Nike e Moncler, di marchi che cominciano a mettersi in posizione per il dominio del mondo che seguirà a breve. Anni di inizio della globalizzazione: quella dei fast food e della tv che finalmente ci porta i format degli Iuessei, ma ci porta anche le piazze di Berlino con le candele, e la piazza di Pechino che ferma i carri armati alzando le mani, almeno per qualche giorno. Anni in cui sottovoce e clandestinamente, cominciavamo a maneggiare computer, software hackerato che arrivava da misteriosi canali internazionali che poi erano l’internet, nelle sue forme primigenie.

Fossimo stati negli Iuessei, magari finivamo stramiliardari per aver creato la Sierra On-Line o chissà che altro.

E invece no, Brianza anni 80.

Giardini pubblici coi tossici incorporati, da evitare non guardare non considerare. E intanto una corsa senza regole ad essere di più e meglio. Mentre migliaia di persone si trovavano senza lavoro, per la prima volta maneggiando il no-future cantato giusto qualche anno prima per le strade di Londra. Crescere in questo casino, Drive-In alla televisione e i genitori a ritagliare annunci di lavoro dal giornale. Hai voglia, ad allevare dentro di te la forza. Quando poi l’amore ti colpisce in faccia come un tirapugni, ed è tutta roba tua, da smazzarti da solo.

Eppure la banda, era la forza più grande: passare il tempo a far passare il tempo, scoprire l’hiphop lo skateboard la breakdance, avanti di talmente tanti anni che nemmeno potevamo pensare di stare maneggiando un business così gigantesco. Fossimo stati negli Iuessei, potevamo creare una linea di streetwear e sponsorizzare Tony Hawk. E invece, vai a leggere copie di Thrasher arrivate chissà come fino a questa periferia dell’impero.

Campioni del mondo delle occasioni sprecate.
A brulicare dove piano si stava ricostruendo un seme di qualcosa, che covava sotto ceneri e macerie pronto a riempire le strade di noi, nel giro di pochi anni. E poi di nuovo a casa davanti alla tv, tanto per ribadire chi comanda.

Merlo del castello vola e va.
Cicca – ciccà:
io sto qua.

Non si esce vivi dagli anni 80.