Drive In a reti unificate

Mentre il mondo ribolle, e noi ci dedichiamo tutta l’attenzione, dalle nostre parti si discute molto. Nonostante l’occasione del discutere sia sempre quello là, ossia un’occasione miserevole, spesso poi nelle discussioni vengono fuori elementi interessanti, spunti illuminanti, cose su cui riflettere. Quindi l’invito a tutti è di cercare, leggere, provare a farsi delle domande – che è sempre un dovere di tutti.

Ad esempio, nel fermento di discussioni provocato da proteste e manifestazioni convocate e organizzate da donne, mi salta all’occhio questo post di Lipperatura.
E’ breve, leggetelo. Se vi va potete anche leggere l’articolo del NY Times linkato alla fine testo, sullo stesso tema. E guardare la puntata di Matrix, sempre linkata, che è l’argomento del tutto: ossia il retaggio culturale di Drive-In e di quella roba lì.

E’ un tema su cui ho molto riflettuto qualche anno fa, e in sostanza sono arrivato a questa conclusione: quel tipo di tv ha cercato di rubarmi anima, cervello e personalità mentre mi distraeva fornendomi abbondante materiale per le mie session masturbatorie adolescenziali. Fortuna ha voluto che abbondanti anticorpi siano presto arrivati dalla scuola (pubblica) di qualità che ho frequentato, e quindi resto un simpatico cazzone, sempre discretamente attratto da culi e tette, ma direi in grado di ragionare autonomamente su quel che succede, o almeno di provarci.

Vi invito a farlo; se volete, trovate qui sotto gli interventi più illuminanti (secondo me, ovvio…) della lunga discussione seguita al post. Tra tante chiacchiere, e tantissime testimonianze di poca capacità di riuscire a discutere davvero, ci sono alcuni fili interessanti: il presunto (?) approccio rivoluzionario-dall’-interno della tv di Antonio Ricci, la difficoltà di noi maschietti di guardarci da fuori, il legame così stretto e oggi così facilmente visibile tra il potere (e l’andazzo) di quei tempi,  e quel tipo di tv… eccetera.
Riconoscerete alcuni totem di chi scrive, come i soliti WuMing; in ogni caso sarebbe bello che fossero letture che lasciano il segno.

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Papi Silvio in un paese senza genitori

Ancora una volta, gli ottimi Wu Ming (qui in particolare il #1) mi colpiscono dal loro Giap con una lettura assolutamente efficace del fenomeno che da troppi anni chiamiamo berlusconismo. Oltre a invitare tutti a leggere per intero non solo l’intervento ma anche la ricchissima serie di commenti (che di nuovo mi fa ritornare alla domanda di qualche giorno fa… ma è un altro discorso), val la pena di sintetizzare e chiosare il messaggio. Faccio il bigino dei post altrui? Sì, se serve a diffondere questa roba, anche sì.

La tesi interessante è che, come pensiamo anche da queste parti, l’itaglia sia non un paese arretrato e retrogrado, ma un’avanguardia di sperimentazione delle trasformazioni in corso. E queste trasformazioni, di cui quello là è metafora vivente, riguardano la morte, la sparizione della figura simbolica del padre – che naturalmente simboleggia l’autorità, l’Ordine se volete – che si può seguire o contestare, ma che qui invece è scomparso, svanito sia nella sua tradizionale forma del padre severo che in quella più moderna e progressista del genitore comprensivo. Questo non è necessariamente un male, e anzi mi fa tornare in mente provocatorii titoli di antiche riviste, che al top della repressione e della distruzione dei movimenti  titolavano fiere “la rivoluzione è finita – abbiamo vinto”, e in un certo senso avevano pure ragione, dato che il modello socio-economico (dell’operaio-massa, per capirci…) che avevano combattuto stava svanendo o quantomeno preparandosi a cambiare continente per sempre.

La distruzione dell’autorità è alla base di quasi tutti i movimenti radicali, compresi ovviamente quelli che producevano e leggevano quelle riviste – probabilmente proprio perchè, come suggerisce Wu Ming, la cornice della famiglia è stata da sempre metafora di questa autorità, a partire dalla mai troppo vituperata parola Patria, con il suo bravo elenco di Padri della Patria in allegato, eccetera eccetera. Quindi da questo punto di vista, la sparizione del padre è un successo?

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a milano la mafia non esiste

Dice l’itaglia, nella figura del suo rappresentante istituzionale a Milano, ossia il Prefetto, che a Milano la mafia non esiste.
Poi gli fan notare che ha esagerato, e allora aggiusta il tiro.

Poi salta fuori che le case popolari di Milano sono in mano a una cricca di personaggi che, in pieno stile mafioso, dispongono a loro piacimento di diritti e perfino di beni pubblici, e organizzano un “racket della casa popolare” usando lo strumento dell’occupazione – cosa che me li rende ancora più odiosi: non è roba loro, e il fatto che metodi e strumenti si siano potuti confondere è uno di quei risultati di metà anni 80 che in pochi hanno notato. Si vede che tra giocare ai pistoleri, schivare l’eroina e mettersi l’orologio sul polsino, in quel periodo si era un po’ tutti distratti.

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iPad


E’ un oggetto fantastico, come ci ha abituato Apple. E seguendo via twitter (che spettacolo!!!) su engadget.com la presentazione fatta da Steve Jobs (dio mio Steve come hai accusato il colpo… forza tieni duro) c’era da entusiasmarsi per la naturalezza con cui questo attrezzo fa le cose che ormai sono diventate “domestiche” anche nel campo della tecnologia: sfogliare foto, guardare video, navigare il web, inviare e ricevere email senza più nessun legame con fili, postazioni, schermi, tastiere e tutto il resto.

Sarà che io mi ricordo bene come era il mondo quando queste attività erano la massima avanguardia e prima ancora, quando erano un sogno incredibile; sarà che, un milione di passi indietro, anche io ho condiviso la strada di Steve Jobs (e di Woz!) verso una tecnologia che si metta al servizio delle arti liberali (Jobs le ha chiamate proprio così, come in un trattato del 1200!) — sarà soprattutto che sono un rompicoglioni, ma dopo averci dormito sopra, al saldo di tutti i meriti di questo attrezzo, mi vengono più chiari in mente due grossi dubbi.

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maliberoveramente.

Ci vorrebbe uno che su twitter ogni giorno manda “le bugie di oggi”.

Però sai che fatica? Solo ad aprire i giornali di oggi, ci trovi quella di quello là eletto direttamente dal popolo, quella di feltri su napolitano supporter (o come ha scritto) dell’unione sovietica, e non voglio pensare quali e quante altre.

Il fatto è che non serve parlare di come funziona la costituzione, di cos’erano i miglioristi, e di tutto quello che ogni persona sana e in grado di ragionare potrebbe tranquillamente ribattere davanti a questo fiume di palle. L’intelligenza non ha mai fatto granchè audience, ma qui ormai siamo alla cancellazione dai palinsesti.

Veramente, l’unica soluzione è fuggire a gambe levate dai media mainstream e difendere con le unghie e con i denti la rete – da tutti, anche dai sinistri con la regola facile (e la galera come corollario sempre pronto). Sarà faticoso, immaginare un posto liberoveramente?

Ecco, cominciamo a sforzarci. Immaginazione (via d-)al potere, please.
Possibilmente con una certa fretta.

come si danno le notizie

E’ un periodo che giro come una trottola, ed avendo un filino di ingombranti cazzi miei da organizzare, tipo un rogito e un matrimonio, non sto dedicando più molto tempo a questo sfogatoio online. Ma ho appena visto una cosa che mi ha fatto venir voglia di rimediare.

Dopo che ci siamo gonfiati il petto di italico orgoglio per aver conquistato la Chrysler e le benedizioni di Obama, dopo che abbiamo tolto il cappello davanti alla Fiat capace di tanta impresa (dimenticando da dove viene e cosa ha combinato in questi anni… ma insooomma sempre a lamentarvi?!), date un occhio a come la BBC racconta la notizia e la sua accoglienza nella società e nei media italiani, e a come chiama le cose coi loro nomi. E’ istruttivo.

http://news.bbc.co.uk/2/hi/business/8029636.stm