iThink Different

A me non piacciono mai i santini – nè tantomeno la caccia alle streghe. Quindi dico la mia sulla morte di Steve Jobs, inserendola in una serie di riflessioni e discorsi che sto facendo nelle ultime settimane; per la precisione dall’uscita di questo post dei soliti WuMing sul loro blog Giap, che vi invito a leggere.

Già il fatto di partire da qui, dovrebbe aiutare a far piazza pulita da miti e mitologie facili: Steve Jobs era Apple e Apple è una delle megacorporation che si spartiscono il mondo  – una zaibatsu, mi suggerisce il lettore di fantascienza che ho in testa. E nelle storie che piacciono a me, le zaibatsu non stanno mai dalla parte dei buoni.

Eppure non si riesce, a mettere Steve Jobs tra i cattivi. Di questo vorrei parlare, perchè sarà meglio capire bene come funziona questo meccanismo. E se permettete, la prendo un po’ alla lontana. Se vi annoiate, pazienza. C’è piena la rete, di elogi sperticati tutti uguali, di discorsi di Stanford e di biografie copiate qua e là.

Nel 1982 l’itaglia era un paese coi colori da foto Polaroid – quelle che adesso tutti rifanno in digitale con l’iPhone; c’era Pertini, c’erano le BR, e c’era la nazionale di Bearzot che vinceva i Mondiali, quelli veri, spinta dai gol di un piccoletto che si chiamava Paolo Rossi.

Io avevo 10 anni, e in autunno iniziavo il mio primo corso di BASIC. Era sponsorizzato dal negozio Apple del mio paesino, e quindi avevamo in dotazione alcuni Apple II (modelli II+ e IIe). E come fosse possibile che nel mio paesello di provincia sonnacchiosa ci fosse un negozio Apple, negli anni 80, è un mistero che non ho ancora risolto. Ma comunque.

La cosa particolare di quei computer non era solo il logo bellissimo e colorato. E nemmeno le storie che circolavano, che negli USA fossero diffusissimi, e li usassero i ragazzini come noi a scuola (…”i computer a scuola, ti immagini?!“…)  oltre che a casa per giocare, ma anche i genitori negli uffici, per lavorarci. Tra l’altro era inconcepibile, nell’itaglia del 1982, che si potesse usare un personal computer per lavorare in un ufficio – ma questa è un’altra storia, lasciamo perdere.

Quei computer avevano i floppy disc da 5.25″, non le cassette come i Commodore e i Sinclair che andavano per la maggiore nelle camerette dei miei coetanei. Eppure quando uno di quei computer con i suoi lettori di floppy 5.25″ qualche anno dopo fu paracadutato in camera mia, tanti amici lasciarono i loro giochi colorati su cassetta e i loro c64, per venire a passare pomeriggi a giocare a Karateka o a Conan. Ma non solo, perchè con quei computer con la mela… ci potevi fare anche cose strane.

Nei vorticosi circuiti che oggi si chiamerebbero di pirateria software, ma che ai tempi passavano da annunci con tanto di numeri di telefono e indirizzi, pubblicati su tutte le  riviste di informatica, senza problemi, oltre ai giochi e al software da ufficio, che collezionavamo per sfizio, giravano toolkit per hackerare e aggirare le protezioni anticopia, disassemblatori, raccolte di riviste in digitale scaricate dai BBS americani. Un underground che non c’entrava niente con il nostro, un mondo di alternativi del futuro, uguali a quelli delle storie che leggevo io, nemici giurati delle zaibatsu  e di quella insopportabile attitudine degli adulti, di pensare che i computer dovessero servire solo per lavorare.

Ho imparato presto che tutta la storia era iniziata in un garage, dove Steve Jobs e l’hacker Steven Wozniak (per tutti noi, Woz) avevano messo in piedi la Apple vendendo l’Apple I in scatole di montaggio, che gli appassionati si portavano a casa e si montavano a mano con il saldatore, come se fosse il galeone di Dylan Dog. E ho scoperto altrettanto presto che i soldi per far partire tutto venivano dalla vendita a tutto il vicino college, di scatolette da collegare ai telefoni per annullare gli scatti e di conseguenza le bollette – roba costruita con il sistema scoperto da Captain Crunch con il suo fischietto delle patatine. Sono tutte storie ritrovate con piacere, raccontate bene e messe in fila, nel monumentale Hackers di Steven Levy, non a caso scritto proprio in quegli anni – anche se in itaglia è arrivato solo nel 2002.

Era un mondo così: capelloni ex-hippy coi jeans e la barba lunga, che buttavano la loro creatività visionaria nei primi computer, al fianco di rampanti neo-manager che impacchettavano tutto e vendevano con guadagni astronomici. A me, era l’aspetto contro-culturale di questi hackers, che mi colpiva di più – sempre più forte man mano che crescevo, e che a casa mia il II+ lasciava posto all’Apple IIgs, dopo la presentazione del Macintosh che ci aveva lasciato tutti a bocca aperta, mentre i nostri compagni delle superiori facevano la fila a comprare le Timberland e i Moncler. Perchè c’era, questo tutti:  c’era una comunità di ragazzi e ragazzini che quando guardava Wargames sapeva benissimo quali parti erano plausibili, e si dannava chiedendosi come fosse possibile che negli USA le scuole superiori avessero i voti registrati in un computer centrale, per di più con un modem per collegarsi, mentre da noi prof e présidi se andavi in manifestazione, in quei cazzo di anni 80, ti mettevano i voti in condotta con la biro sul registro; c’era una comunità parente di quelle dell’underground musicale (che in quegli anni salvava la vita ad almeno un po’ di giovani in itaglia): riviste e fanzine, ragazzini che si contattavano via posta per mandarsi pacchi di floppy disc, che alcuni cominciavano a riempire di software che arrivava, via Itapac, dalla Francia e dagli USA. [A proposito, se qualcuno conosce anche un solo appartenente alla bolognese AIDS (associazione italiana donatori software), vi chiederei di manifestargli personalmente il mio rispetto eterno ed infinito 😉 ]

Steve Jobs era il guru di questo mondo; quello intervistato su  A+ e sulle altre riviste americane che trovavi solo a Milano, quello che rendeva tutto possibile. Gli pagavamo fior di soldi, per i suoi computer – che all’epoca costavano una fortuna, molto di più del prezzo di oggi e di tutte le altre macchine sul mercato a quel tempo – ma era come per le chitarre e gli amplificatori dei nostri amici che suonavano in garage: se vuoi la Fender, o la Gibson, o il Marshall… sai che dovrai passare un po’ di tempo a lavorare, quest’estate. Per tornare ai WuMing, non credo fosse feticismo della merce, o non era ancora così evidente: c’erano buoni prodotti, con componenti e progettazione migliori, che quindi costavano di più ma funzionavano meglio. Di certo, si sapeva poco anche di Jobs: un po’ perchè pare fosse un tipo schivo, un po’ anche forse per calcolo. Certo preferivamo Woz – Jobs era il boss, e come tutti i boss, non proprio simpatico.

Poi Jobs viene licenziato dalla società che ha creato – lo perdo di vista, so che crea NeXT perchè ne parlano le riviste, poi non ne parlano più e ci vorranno anni per sapere che nel frattempo anche Pixar è diventata roba sua. Perdo di vista anche Apple, gli Apple II non esistono più, i Mac hanno costi astronomici e il convento a questo punto passa solo vecchi pc x86, con windows –  e ad un certo punto, col modem incorporato – che apre le porte di ECN, di Sottovoce BBS e di tanti altri mondi che oggi sono già un ricordo del passato. L’underground continua, cresce, arriva l’opensource, c’è Stallman a COX18 che fa sold-out al suo primo passaggio in itaglia, gli amici mi installano linux su un vecchio portatile e da allora non l’ho più mollato, al vecchio Bulk c’è l’HackMeeting…

E di colpo torna Jobs: la Apple riempie il mondo di facce che io rispetto, con scritto di fianco Think different  (che in itagliano dovrebbe suonare Pensa diverso – per mantenere l’uso dissonante dell’aggettivo al posto dell’avverbio… ok, sono noioso 🙂 ). Per la prima volta in itaglia vedo uno spot Apple alla tv, e la voce è quella di Dario Fo, cazzo, che in tv in itaglia non ci è più entrato da quando l’han cacciato a pedate negli anni 60, e la voce parla di ribelli, anticonformisti, folli, mentre le immagini sono di Einstein, Mohammed Ali, Gandhi, Martin Luther King, John Lennon.

Esatto, perfetto: questo siamo noi.

Ma aspetta, non è lo stesso meccanismo delle pubblicità di Toscani per Benetton, di qualche anno prima? Che ti vende i maglioni mentre manifesti in piazza contro la (prima…) guerra in Iraq? Non è lo stesso spot di Adidas con Marley che gioca a calcio, per i mondiali del 98? e di IBM che ti fa vedere internet che rimpicciolisce il mondo? Pensa che, buoni ultimi come tutti i provinciali, ci sono arrivati anche quelli di Telecom con Gandhi qualche anno dopo… io nel frattempo due cose di come funziona sto mondo le ho capite, e mi gira in testa un parolone: sussunzione del reale.

Quegli spot di Apple mi hanno emozionato, ma mi hanno anche fatto incazzare parecchio. L’ho trovata una mossa sporca, usare il genio e la ribellione per vendere più Macintosh. Anche se sono i computer che più di tutti hanno a che fare con genio e ribellione, non è questo il legame giusto. Non ci ho pensato sopra, mi è venuta come reazione istintiva e da allora è rimasta lì. E sopra si sono incastrate, perfettamente a loro agio, le letture critiche e il rispetto dovuto alle innovazioni introdotte.

Che sono storia recente: Apple introduce alcuni dei dispositivi che cambiano il rapporto tra abitanti del mondo occidentale e tecnologia in maniera radicale: l’iPod, soprattutto, è il device che naturalmente ogni designer con un passato negli anni 70 vorrebbe  – e quindi quelli di Apple lo inventano, per metterselo in tasca – e venderlo al pianeta. Il telefono viene reinventato con l’iPhone, e soprattutto con l’ecosistema degli sviluppatori di app, che come ai tempi degli sviluppatori per Apple II fanno la vera differenza – e l’introduzione del tablet è il conseguente passaggio di un percorso per rendere sempre più quotidiana l’interazione uomo occidentale – tecnologia. Di questo ho già parlato a caldo, subito dopo l’uscita di iPad – e tanto basta.

Sì, però… where have all the flowers gone?

Molto ingegno, molta innovazione. E moltissimo design e marketing, per rendere fighi – i più fighi – i propri prodotti. Jobs diventa Apple, parla solo lui, c’è solo lui – come se inventasse, progettasse e realizzasse tutto lui. Diventa un’incarnazione del suo marchio, altro che capelloni nel garage. E’ un simpatico, pacato buddista in jeans e scarpe da tennis, che parlando di rivoluzioni e magie vende i suoi prodotti.
Ed ecco improvvisamente una folla di gente convertita alla mela. Quelli delle Timberland e del Moncler, adesso sono in fila davanti ai nuovi Apple Store.

Io li guardo da lontano, penso a Jobs raccontato da Captain Crunch come un tipo avido e terribile, e dalla sua vicina come un pezzo di pane; penso che tra Davide e Golia per noi tutti sulla rete è facile fare il tifo per il più piccolo, come la “piccola” Apple nata in garage e che ancora si fa tutto in casa – e però ha più liquidità del governo americano; penso tra l’altro che ‘sta cosa di Davide e Golia in rete sia stata seppellita definitivamente dalla faccenda Vasco vs. Nonciclopedia, in cui Davide doveva essere il sito wiki – pieno però di merda razzista che io dovrei difendere dalle azioni legali di un miliardario con degli avvocati incompetenti – ma con qualche motivo condivisibile per muoversi…
Penso a Woz che di Apple non ha mai parlato troppo e forse adesso dirà qualcosa in più su come sia andata veramente; penso che era inevitabile nel capitalismo di oggi questa deriva della zaibatsu che ingloba lo spirito hippy, per far soldi devi vendere a più persone possibile – e il colpo di genio però è mantenere la propria capellonità come tratto distintivo, retrogusto intravisto – mentre dilagano le storie sui suicidi di massa nelle fabbriche cinesi, esattamente come qualunque altra zaibatsu, e la censura ferrea sull’argomento. Penso che ho accumulato abbastanza anticorpi, frequentando hacker che mi hanno insegnato a smontare il marketing: il feticismo delle merci con me attacca poco. Certo per ora rimane ad Apple il livello più alto di progettazione e design, ma lo paghi caro, ci aggiungi sfruttamento degli uomini e dell’ambiente tanto quanto tutti gli altri, e lo trovi condito con un alone di chiusura e di acquisto a-scatola-chiusa che è l’opposto di quel che era Apple quando l’ho conosciuta – e come ogni ragazzino che vede la sua band underground preferita diventare mainstream, tutto questo  mi fa girare parecchio le palle.

Però penso anche che tutta questa storia è iniziata quando ho messo le mani sul computer progettato nel garage. Proprio su quello, invece che su un altro – che avrebbe creato una storia diversa. E la storia finisce oggi, con la morte di Steve Jobs – a cui quindi devo qualcosa. Gli devo, in qualche modo, di avermi aperto la porta e messo su questa strada, grazie al computer progettato nel garage, che lui ha fatto arrivare fino al mio paesello di provincia. Per avermi fatto sognare da quando avevo 11 anni, lo ringrazio. Per tutto il resto, sono già passato oltre da un sacco di tempo, e vi inviterei a fare altrettanto.

Lasciate perdere le code fuori dagli Apple Store, come quelle per comprare le Timberland e i Moncler. Provate, per davvero, a pensare diverso.

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6 thoughts on “iThink Different

  1. Ho appena finito di vedere I pirati di Silicon Valley.. e hackers non ricordo più quanto tempo fa (forse prima del 2002, ma se lo dici tu) ..ancora non mi capacito del negozio apple nel tuo paesino e tu a 10 già corso Basci?? Tuo padre è un altro visionario 😉 Ecco forse le persone a cui dobbiamo l’unica nostra riverenza.. come non ha potuto S. Jobs…

  2. @ ilpavone:

    beh una famiglia adottiva è una famiglia, quindi anche steve jobs ha avuto la sua dai! La data di hackers l’ho presa dal sito della casa editrice, non giurerei che sia giusto, magari è quello dell’ultima edizione – in effetti la mia copertina è diversa…
    sul corso di basic a dieci anni… ne parlavo giusto ieri con mio padre, dicendogli che è stato uno dei più importanti ed efficaci investimenti che ha fatto su di me 😀

  3. il mio amico morrick, informatissimo e rigoroso blogger (anche) sul mondo apple, fa notare a me (…e ad Internazionale che è la mia fonte!) che si può essere controcorrente (sul caso Jobs) anche senza ritwittare articoli di Gawker come Le cose che non abbiamo il coraggio di dire su Jobs.

    Senza polemiche inutili che son sicuro non interessino a nessuno dei due, gli chiederei, se mi legge… quali sono allora i modi più giusti secondo lui 😉 e comunque vorrei dire due cose in più sull’articolo che ho ritwittato.

    Con l’animosità di tanti in queste ultime ore, l’autore accusa Apple di “fascist tendencies” e ovviamente esagera. Acusa Jobs, in sostanza, di essere molto duro e “cattivo” con i suoi collaboratori – e questo è quantomeno un pettegolezzo di vecchia data, se io me lo ricordo dai tempi del IIgs 🙂 .

    L’articolo in effetti fa anche del gossip inutile: non mi interessa sapere quanto e se Jobs ha fatto beneficenza, e se l’ha fatta come e più o meno di Gates. Questi sono ovviamente fatti suoi, e la beneficenza è diventata a sua volta uno strumento propagandistico – proprio per questo vorrei attenermi ai fatti. E i fatti sono dolorosi.

    Sto parlando della già citata dolorosa questione dei morti nelle fabbriche Foxconn che producono l’iPad: intendiamoci, è molto grave ma non è solo un problema di Apple – è un problema della Cina che permette a tutti i marchi del capitale globale di sfruttare i suoi cittadini in questo modo. Quello che personalmente mi ferisceperò , oltre allo sfruttamento e alle morti, è poi l’ambiguità di Apple sull’argomento. Se mi chiedi di pensare diverso, io poi mi aspetto che anche tu lo faccia, che tu pensi e “agisca diverso”… se no mi stai intortando, e non mi va bene. Se poi la tua diversità è un’incidenza statistica dei suicidi di qualche zerovirgola più bassa della media cinese… beh non scherziamo coi morti, dai.

    La parte dell’articolo per me più interessante, e che aggiunge contenuti a quel che ho già scritto qua sopra, è quella che riguarda la censura e il controllo dei contenuti fruibili con i device iOS, e delle app che ci si possono installare. Ne avevo già parlato quando ho recensito l’iPad, e qui ci ritorniamo.

    Ho solo un piccolo caso, che cito perchè mi sembra la cosa in più assoluta contrapposizione a un marchio che viene dalla storia che ho raccontato, e che si è raccontato per anni come quello che “pensa diverso”: nell’appstore (parola copyright, tra l’altro – una delle troppe cause che ultimamente stanno rendendo Apple troppo simile alla Microsoft dei tempi andati…) è stata censurata come scrivevo l’app italiana PhoneStory, un gioco che denunciava lo sfruttamento degli operai cinesi e delle materie prime africane nella costruizione dell’iPhone, mentre come qualcuno ricorderà, è stata in cima alla hitparade delle app più vendute una merda chiamata iMussolini, che in un clima di revanscismo vergognoso raccoglieva e mandava in streaming discorsi del pelato. Certo questo ha soprattutto dimostrato che schifo fa la maggioranza degli utenti italiani dell’app store, ma anche che… se la legge dell’appstore è uguale per tutti, per qualcuno è più uguale.

    Certo è una singola crepa, ma dentro ad un castello perfetto ammantato di pensiero diverso… per me è molto grave.

    Quindi facciamo così: buttiamo il gossip di gawker, e teniamoci in testa queste domande, provando magari a trovare una risposta personale al di fuori del giochino “pro o contro” che ha veramente rotto. ok?

  4. Mi è piaciuto molto lo spaccato di storia personale, più che altro perché, essendo praticamente coetanei, ci ho trovato molte cose in comune.

    Questo passaggio, invece, mi ha fatto un po’ storcere il naso:

    Molto ingegno, molta innovazione. E moltissimo design e marketing, per rendere fighi – i più fighi – i propri prodotti. Jobs diventa Apple, parla solo lui, c’è solo lui – come se inventasse, progettasse e realizzasse tutto lui. Diventa un’incarnazione del suo marchio, altro che capelloni nel garage. E’ un simpatico, pacato buddista in jeans e scarpe da tennis, che parlando di rivoluzioni e magie vende i suoi prodotti.

    1. Mi sembra di vedere ripetuto il solito luogo comune sul design quando si parla di Apple. Ovvero design come qualcosa di insulso e superficiale, puramente legato a un elemento estetico, tralasciandone tutto l’aspetto funzionale. Jobs non ha mai voluto che i prodotti Apple fossero solo e semplicemente ‘belli fuori’, ma che fossero i migliori — quindi design come unione di forma, funzione, utilità, usabilità. Non è cosa da poco. Se poi la gente si comporta in maniera superficiale, comprando prodotti Apple ‘per distinguersi’, perché li considerano uno status symbol, è un problema di superficialità a valle, non a monte.

    2. “Jobs diventa Apple, parla solo lui, c’è solo lui – come se inventasse, progettasse e realizzasse tutto lui.” Questo non è vero. E basta vedere qualsiasi keynote, specialmente degli ultimi 5-6 anni. Jobs parla(va) in quanto amministratore delegato, e in ogni evento Apple si occupava di trattare quello che solitamente tratta un amministratore delegato: fare il quadro della situazione (Abbiamo venduto tot Mac, tot iPhone, ecc.) e annunciare i prodotti più interessanti. Per il resto passava la palla agli altri dirigenti dei vari settori (Schiller, Forstall). Nei video che accompagnavano, per esempio, l’annuncio del primo MacBook Air o dei MacBook Pro unibody, si vedevano altre figure chiave che hanno avuto una parte importante nell’effettiva realizzazione del prodotto (Jonathan Ive, Bob Mansfield, ecc.).

    Vado a memoria, ma in tutte le apparizioni pubbliche, specie nel periodo della ‘rinascita’ di Apple, Jobs non ha mai parlato in prima e unica persona (“Io ho fatto questo, io ho progettato quest’altro”), ha sempre usato il plurale — plurale che non mi è mai suonato come il retorico plurale maiestatis dei regnanti d’un tempo (e forse anche di oggi). Ha sempre detto un ‘noi’ che suonava genuinamente come il ‘noi’ di un gruppo. Gruppo formato in parte da quei nomi che ho citato prima, i vari luogotenenti ognuno responsabile di un settore preciso, tutti insieme responsabili di tirare avanti la baracca Apple.

    Non voglio passare per apologo di Steve Jobs. Se mi dilungo su questi argomenti è perché seguo la storia di Apple ormai da una ventina d’anni, e ho cercato di approfondire l’approfondibile. Sul discorso dello sfruttamento dei lavoratori cinesi prendo una posizione socratica: so di non saperne abbastanza, quindi sostanzialmente non entro nel merito. Questo non mi impedisce di puntare il dito contro chi, in questa faccenda, mette Apple sotto i riflettori come se fosse l’unica azienda occidentale a utilizzare manodopera orientale e ne esce un’informazione cattiva e tendenziosa. Non perché Apple non c’entri nulla, ma perché quel che accade nelle fabbriche in Cina è un problema estremamente complesso che va ben oltre Apple. Secondo le poche notizie che so (e sono di seconda mano, in quanto non sono mai stato in Foxconn a vedere di persona, ma due miei amici ci sono stati), Apple parrebbe una delle poche aziende occidentali a interessarsi davvero del problema facendo delle ispezioni periodiche e cercando di far rispettare le condizioni di lavoro stabilite per contratto.

    Ma, ripeto, ne so troppo poco per prendere posizione. Purtroppo c’è un sacco di gente che ne sa altrettanto poco, eppure fa in fretta a prendere posizioni. È un altro di quegli argomenti che avrebbe bisogno di più informazione, più neutralità e più freddezza.

    Chiedo venia per la lunghezza del commento.

    Ciao!
    Riccardo

  5. sulla personalizzazione Jobs = Apple nei keynotes ecc ne sai di sicuro più di me, quindi mi taccio 😉

    Sul resto, come dicevo è certo colpa della Cina più che di Apple… ma proprio per quel che Apple vuol rappresentare, secondo me è chiamata a fare di più. Non si può, giocare con “think different” impunemente… è questo il punto: se inneschi un meccanismo fatto di sogni e desideri, poi devi starci dietro, non solo contare i soldi.

    Anche in casi di cronaca recente, che mi fanno altro che storcere il naso: come l’apple store di roma in sciopero : http://www.youtube.com/watch?v=T6kZ89OzsPY&feature=youtu.be (notare la VERGOGNA dei contenuti nei commenti… a senso unico a cantare le lodi di Jobs in una situazione in cui invece si parla di posti di lavoro… il virtuale supera il reale :/ ) oppure i licenziamenti dell’anno scorso a torino: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/cara-apple-perche-ci-licenzi/2136893 e http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cronaca/articolo/lstp/363882/ .

    E’ pur vero che la famosa biografia di Jobs se ho capito bene racconta del pessimo giudizio che Steve aveva del direttore di Apple Italia (“non vi meritate il privilegio di vendere i Mac” – erano gli stessi dirigenti a cui io 17enne scrivevo lettere indignate per come stavano lasciando cadere il supporto degli apple II? facendo il conto degli anni a spanne, credo di si…). Insomma la Cina è vicina? 🙂

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