Gaetano che tipo strano

Così diceva una canzone che mi cantavano da bambino, roba degli anni 60 credo, un twist un po’ storto e alla buona. A me veniva subito in mente il fratello di mia nonna materna: Gaetano. Che era strano per davvero, e non poco.

Piccolo, duro come l’acciaio, infaticabile. Con gli occhi fiammeggianti, sempre, e dei ricci all’insù come li ho visti, tanti anni dopo, solo nei ritratti di Errico Malatesta.

Un omino minuto pieno di rabbie smisurate, gruista alla Breda negli anni 50 (dove andava e tornava in bici, dalla Brianza a Sesto e indietro) e saldatore, tornitore, imbianchino, e prima garzone, contadino, e prigioniero degli inglesi, dopo esser stato spedito a conquistare l’Abissinia al ritmo di Faccetta nera e aver trovato il Royal Army a dare una mano a Selassie I. Pieno di letture (che per uno con la sua storia, è già incredibile) – e di letture strane: la Bibbia girata e rigirata, letta da solo, e poi Giordano Bruno, e mille altri trattati di filosofia e religione e morale e chissà cos’altro, letti con quegli occhi fiammeggianti, di certo dopo che si era tolto il toni e lavato via la polvere del lavoro.

Gaetano che mi incrocia sulla piazza del municipio, a quattro, cinque anni portato per mano da sua sorella che poi era mia nonna, e guardandomi negli occhi come ad un adulto spara la domanda indicando la bandiera sul pennone del Comune: lo sai cos’è quella?

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Anna Frank, genitori moralisti e deputati leghisti.

Sarà che c’è la campagna elettorale in arrivo, perchè diventa pesante dover giustificare ancora di non aver fatto un cazzo per altri anni (quanti sono, ormai?) sulle famose tematiche dell’autonomia, del federalismo e blablabla; sarà la totale, spaventevole mancanza di ogni barlume di umanità nella loro artificiale, asettica, liscia, morta concezione degli spazi comunitari, che per questi sono solo i fondali di cartapesta degli studi tv del loro padrone, dove ovviamente la vita non esiste; sarà anche un lucido disegno per far filtrare elementi sempre più fascisti nel vuoto pneumatico della “cultura” legaiola — e in certi casi lo è, ma meno di quel che verrebbe da pensare, non sopravvalutiamoli così tanto.

In ogni caso, un deputato leghista, nientemeno, ha accolto le accorate proteste di alcuni genitori delle scuole di Usmate Velate, presentando una interrogazione parlamentare alla ministra per l’Istruzione. Lo scandalo è che i loro figli, alle elementari, hanno letto il diario di Anna Frank – che contiene anche un passaggio in cui la ragazzina dodicenne parla dei suoi organi sessuali, descrivendoli: questo è in grado di “suscitare inevitabilmente turbamento in bambini della scuola elementare”. Non sarebbe quindi il caso che il ministro intervenga sui soggetti competenti per “proporre programmi e letture più consone all’età degli alunni”?

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a kebab saved my life

Certe cose mi stringono un po’ il cuore: ad esempio vedere un ragazzo di 24 anni che ragiona e si comporta come un vecchio di 80 – guidato dalla paura del diverso, del non-conosciuto, ormai impermeabile alle novità e alle trasformazioni, al cambiamento che è la vita. A 24 anni, cazzo.

Il sindaco di Ceriano Laghetto ha 24 anni, è il secondo sindaco più giovane d’Italia, ed è salito agli onori della cronaca per l’ennesima, ridicola, inutile ordinanza che vieta nel centro storico (?) di Ceriano, a pochi chilometri da qui, l’apertura di tutta una serie di attività commerciali.

Non lo sapevo, che a Ceriano Laghetto ci fosse l’economia pianificata, come in Unione Sovietica. Pensavo che il PdL che governa lì fosse un accanito fan del liberismo, invece. Ma a quanto pare il libero mercato va bene solo quando si fanno i comizi e le sparate in tv. Per il resto invece, sono vietati sul territorio del soviet di Ceriano esercizi commerciali che offrono telefonate a basso costo verso l’estero (phone centres), trasferimento sicuro di denaro verso paesi extracomunitari (money transfer) e venditori di kebab. Ossia la faticosa economia che sta venendo creata dagli immigrati.

Io ci resto male, per un uso pretestuoso e ideologico delle cose di tutti – e  naturalmente per tutte le altre storture simili che, con i soldi dei contribuenti, permettono a questi personaggi di farsi pubblicità ottenendo risultati ridicoli per quantità e qualità.

Ma stavolta ci resto più male del solito, perchè la prima volta che l’ho mangiato, a me il kebab mi ha salvato la vita.

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Non si esce vivi dagli anni 80

Gli anni 80 nei miei ricordi sono l’inizio dell’importanza dell’immagine. Quella sugli schermi, naturalmente: quella delle tv private che cominciano il loro lavoro tra l’apprezzamento e la simpatia di tutti. Adesso si vedono i risultati, e si vede che sbaglio abbiamo fatto.

Ma anche (forse soprattutto) gli anni di inizio dell’importanza dell’immagine che uno da di sè, dell’immagine nel senso di look.

Anni di stilisti e palastilisti, di Nike e Moncler, di marchi che cominciano a mettersi in posizione per il dominio del mondo che seguirà a breve. Anni di inizio della globalizzazione: quella dei fast food e della tv che finalmente ci porta i format degli Iuessei, ma ci porta anche le piazze di Berlino con le candele, e la piazza di Pechino che ferma i carri armati alzando le mani, almeno per qualche giorno. Anni in cui sottovoce e clandestinamente, cominciavamo a maneggiare computer, software hackerato che arrivava da misteriosi canali internazionali che poi erano l’internet, nelle sue forme primigenie.

Fossimo stati negli Iuessei, magari finivamo stramiliardari per aver creato la Sierra On-Line o chissà che altro.

E invece no, Brianza anni 80.

Giardini pubblici coi tossici incorporati, da evitare non guardare non considerare. E intanto una corsa senza regole ad essere di più e meglio. Mentre migliaia di persone si trovavano senza lavoro, per la prima volta maneggiando il no-future cantato giusto qualche anno prima per le strade di Londra. Crescere in questo casino, Drive-In alla televisione e i genitori a ritagliare annunci di lavoro dal giornale. Hai voglia, ad allevare dentro di te la forza. Quando poi l’amore ti colpisce in faccia come un tirapugni, ed è tutta roba tua, da smazzarti da solo.

Eppure la banda, era la forza più grande: passare il tempo a far passare il tempo, scoprire l’hiphop lo skateboard la breakdance, avanti di talmente tanti anni che nemmeno potevamo pensare di stare maneggiando un business così gigantesco. Fossimo stati negli Iuessei, potevamo creare una linea di streetwear e sponsorizzare Tony Hawk. E invece, vai a leggere copie di Thrasher arrivate chissà come fino a questa periferia dell’impero.

Campioni del mondo delle occasioni sprecate.
A brulicare dove piano si stava ricostruendo un seme di qualcosa, che covava sotto ceneri e macerie pronto a riempire le strade di noi, nel giro di pochi anni. E poi di nuovo a casa davanti alla tv, tanto per ribadire chi comanda.

Merlo del castello vola e va.
Cicca – ciccà:
io sto qua.

Non si esce vivi dagli anni 80.