Sparatoria a senso unico.

Una sparatoria, sono delle persone che si sparano tra loro.

Se esci di casa con una Smith & Wesson 3.57 magnum, vai due volte in un mercato di Firenze e apri il fuoco sugli ambulanti africani, non è una sparatoria. E’ proprio un’altra cosa.

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the immigrants’ song

Davide vive a Toronto. E Riccardo è a Valencia da qualche anno. Alessandro vive a Praga. Poi c’è Federico che sta a Phuket. Francesca va e viene dalla Cina. Marco era al Cairo, poi in Belgio. Paolino è a Londra. Anche Nicola è stato al Cairo per anni. Marco è in Brasile, e anche Paolo è in Brasile da talmente tanti anni che uno non ci pensa più nemmeno.

E’ tutto molto global: ci sentiamo sul web 2.0 e ci spostiamo in aereo, ci chiamiamo su skype in videoconferenza e condividiamo foto, pensieri e notizie su quel che facciamo.

Però a me vengono in mente i bastimenti che nei secoli passati hanno scaricato altri italiani in giro per il mondo, con molte meno opportunità, meno consapevolezza e molta più rassegnazione.

Non so come si vedano i miei amici in giro per il pianeta, io non li considero emigranti… ma forse è quello che sono: emigranti 2.0
Questo paese di apartheid e razzismo è tornato ad essere un paese di emigranti, e non ce ne siamo accorti?

Questi cazzo di anni Zero.

Non ce la facevo più, a tenermi il disgusto. E allora ho riaperto la bottega, qui, almeno per far sapere a qualche passante curioso che non a tutti va tutto bene così.
Ricominciamo a parlare, e a parlare a canzoni. Poi vediamo.

Gli anni Zero sono finiti da nemmeno quindici giorni. Per non smentirsi, sul finale ci hanno pure regalato un bel revival di un altro bel decennio, gli 80 dello scorso millennio. Bella merda.
Ieri ero in libreria e mi sono accorto che il corpo in automatico stava a tempo con la canzone che c’era in sottofondo – sai quando certe cose vanno in automatico. Solo che era Self Control di Raf, e non ero preparato a sprofondare di nuovo alle medie, in un corridoio-tunnel piastrellato a soffitto sempre più basso, senza speranze, che sono stati quegli anni.

Allora come dice la canzone, che cosa racconteremo di questi cazzo di anni Zero?
Mi toglie il fiato soprattutto il senso di colpa di non star facendo rumore, di non avere modo di fare rumore.

Adriano Sofri dagli arresti domiciliari fa cover di una delle poesie più serie mai scritte, gli itagliani accolgono il loro sultano inginocchiati davanti alla merce nel centro commerciale di fianco a casa, questo paese fa sempre più pena e sempre più si impettisce come il pelatone, dichiarandosi invece una grande nazione civile, mentre dà gli ultimi ritocchi al suo apartheid, davanti agli agli occhi di tutti.
E nessuno dice un cazzo.

C’è giusto un rumore di fondo, almeno per adesso ancora tollerato, di tutti i bisbiglianti nella rete, come me, che credono di potersi mettere la coscienza a posto scrivendo dieci righe di rivolta. E allora almeno quelle scriviamole.

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Dodici euro e novanta

Entro nel minimarket all’angolo. Prendo a caso una scatola di biscotti, costa dodici euro e novanta.
Di sicuro ce ne sono anche che costano meno, ma questa ha la confezione colorata, coi biscotti farciti di cioccolato, salta all’occhio, è la prima che vedi. Dodici euro e novanta.

Dodici euro e novanta vale la vita di una persona.

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