iBooks, eBooks, textBooks… e gli insegnanti?

Come prevedibile, l’entrata di Apple nel mercato dei libri di testo e più in generale dei contenuti educational, presentata nel suo evento al Guggenheim della settimana scorsa, ha ri-scatenato il dibattito mai sopito, su come dovrebbe essere la scuola di domani – o meglio di oggi, per i cittadini di domani.

Oddio, forse scatenato è una parola grossa per l’itaglia, che è un paese dove ci sono ancora a piede libero professori di scuola superiore che rivendicano con orgoglio che “io il computer non lo so nemmeno accendere“, e poi si domandano com’è che le loro classi di 17enni non seguono più le loro lezioni (uguali a quelle di venti anni fa) come i 17enni di venti anni fa.

Però tanti nomi “grossi” ne stanno discutendo, e allora anche io, che non sono nessuno, direi la mia.

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Ma non è la fine del berlusconismo.

Per la prima volta in vita mia sono andato a festeggiare un’elezione. Ho passato la serata  in piazza Duomo, ho guardato in giro sorridente. Ho letto decine, centinaia di tweet e di post su facebook, articoli sui giornali di mezzo mondo. Non vivo a Milano, Pisapia non è il mio sindaco, eppure sono soddisfatto.

Agli amici che anche giustamente fanno notare che prima di esultare, vorrebbero vedere il metrò funzionare tutta notte, i palazzinari messi in condizione di non nuocere, i mezzi pubblici raddoppiati e il traffico dimezzato, ho detto che una sera di festeggiamenti ci sta. E lo penso: ci sta proprio.

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Drive In a reti unificate

Mentre il mondo ribolle, e noi ci dedichiamo tutta l’attenzione, dalle nostre parti si discute molto. Nonostante l’occasione del discutere sia sempre quello là, ossia un’occasione miserevole, spesso poi nelle discussioni vengono fuori elementi interessanti, spunti illuminanti, cose su cui riflettere. Quindi l’invito a tutti è di cercare, leggere, provare a farsi delle domande – che è sempre un dovere di tutti.

Ad esempio, nel fermento di discussioni provocato da proteste e manifestazioni convocate e organizzate da donne, mi salta all’occhio questo post di Lipperatura.
E’ breve, leggetelo. Se vi va potete anche leggere l’articolo del NY Times linkato alla fine testo, sullo stesso tema. E guardare la puntata di Matrix, sempre linkata, che è l’argomento del tutto: ossia il retaggio culturale di Drive-In e di quella roba lì.

E’ un tema su cui ho molto riflettuto qualche anno fa, e in sostanza sono arrivato a questa conclusione: quel tipo di tv ha cercato di rubarmi anima, cervello e personalità mentre mi distraeva fornendomi abbondante materiale per le mie session masturbatorie adolescenziali. Fortuna ha voluto che abbondanti anticorpi siano presto arrivati dalla scuola (pubblica) di qualità che ho frequentato, e quindi resto un simpatico cazzone, sempre discretamente attratto da culi e tette, ma direi in grado di ragionare autonomamente su quel che succede, o almeno di provarci.

Vi invito a farlo; se volete, trovate qui sotto gli interventi più illuminanti (secondo me, ovvio…) della lunga discussione seguita al post. Tra tante chiacchiere, e tantissime testimonianze di poca capacità di riuscire a discutere davvero, ci sono alcuni fili interessanti: il presunto (?) approccio rivoluzionario-dall’-interno della tv di Antonio Ricci, la difficoltà di noi maschietti di guardarci da fuori, il legame così stretto e oggi così facilmente visibile tra il potere (e l’andazzo) di quei tempi,  e quel tipo di tv… eccetera.
Riconoscerete alcuni totem di chi scrive, come i soliti WuMing; in ogni caso sarebbe bello che fossero letture che lasciano il segno.

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quell’espressione un po’ così che abbiamo noi che abbiamo visto Genova…

(come in tanti sanno, per quante volte l’ho ripetuto, io a Genova nel 2001 non c’ero. Bloccato a letto tre giorni prima dei cortei da un paio di vertebre che han deciso proprio in quel momento di andare a farsi un giro, dopo aver fatto di tutto per sostenere l’organizzazione, autofinanziare i viaggi ecc – ho passato giorni e notti attaccato a web e radio, a piangere sotto antidolorifici. Tanto per giustizia, eh.)

Cresce il dibattito, sulla valutazione degli scontri di Roma del 14. A botta calda ho detto la mia, e forse a freddo sarebbe un po’ da aggiustare, ma lasciamo perdere.

Oggi Saviano su Repubblica.it scrive una lettera ai manifestanti. Un po’ Pasolini a Valle Giulia, un po’ predicatore, mi colpisce soprattutto un pensiero, che mi è venuto subito leggendola: questi ragazzi, per la maggior parte, son venuti dopo.

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Book bloc i libri sugli scudi

Libri-scudo contro manganelli dei celerini. E parte l’immaginario.

Cosa ha reso immortale la “pantera”? Il suo nome.
Da una notizia di cronaca (un grosso felino, forse una pantera, in giro per le campagne di qualche località italiana…) a uno striscione: La Pantera siamo noi. E da lì, come una mazzata in testa all’immaginario collettivo italiano, in giro per sempre.

Sui giornali si discute sui Book bloc, e già la definizione suscita dibattito: è evidente il paragone (nemmeno troppo) nascosto con il black bloc del 2001 (eccoci, stiamo ripartendo da dove eravamo arrivati…) e con la sulfurea identità che gli è stata attribuita: di cattivi, di sprangatori, di rovinatori delle scampagnate di Genova… o chissà, forse nei ricordi di qualcuno, semplicemente di estremisti troppo permeabili agli infiltrati della polizia come quasi sempre succede.

L’idea nella foto qua sopra è geniale: in questa lotta per difendere la cultura come strumento di identità, di crescita e magari anche di guadagno e di sviluppo, sugli scudi ci sono disegnati i libri. E parte già lo stupore, di trovarci insieme Asimov e Saviano, e Deleuze di fianco a Petronio, e l’Isola di Arturo che resiste ai manganelli.

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Papi Silvio in un paese senza genitori

Ancora una volta, gli ottimi Wu Ming (qui in particolare il #1) mi colpiscono dal loro Giap con una lettura assolutamente efficace del fenomeno che da troppi anni chiamiamo berlusconismo. Oltre a invitare tutti a leggere per intero non solo l’intervento ma anche la ricchissima serie di commenti (che di nuovo mi fa ritornare alla domanda di qualche giorno fa… ma è un altro discorso), val la pena di sintetizzare e chiosare il messaggio. Faccio il bigino dei post altrui? Sì, se serve a diffondere questa roba, anche sì.

La tesi interessante è che, come pensiamo anche da queste parti, l’itaglia sia non un paese arretrato e retrogrado, ma un’avanguardia di sperimentazione delle trasformazioni in corso. E queste trasformazioni, di cui quello là è metafora vivente, riguardano la morte, la sparizione della figura simbolica del padre – che naturalmente simboleggia l’autorità, l’Ordine se volete – che si può seguire o contestare, ma che qui invece è scomparso, svanito sia nella sua tradizionale forma del padre severo che in quella più moderna e progressista del genitore comprensivo. Questo non è necessariamente un male, e anzi mi fa tornare in mente provocatorii titoli di antiche riviste, che al top della repressione e della distruzione dei movimenti  titolavano fiere “la rivoluzione è finita – abbiamo vinto”, e in un certo senso avevano pure ragione, dato che il modello socio-economico (dell’operaio-massa, per capirci…) che avevano combattuto stava svanendo o quantomeno preparandosi a cambiare continente per sempre.

La distruzione dell’autorità è alla base di quasi tutti i movimenti radicali, compresi ovviamente quelli che producevano e leggevano quelle riviste – probabilmente proprio perchè, come suggerisce Wu Ming, la cornice della famiglia è stata da sempre metafora di questa autorità, a partire dalla mai troppo vituperata parola Patria, con il suo bravo elenco di Padri della Patria in allegato, eccetera eccetera. Quindi da questo punto di vista, la sparizione del padre è un successo?

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Forward! he cried from the rear…

Scrivevo qualche giorno fa nel finale del post sull’annosa questione Mondadori (…ehi, è piaciuto a WuMing1 ;)) di chi resta col culo al caldo facendosi grande della mobilitazione e dei rischi presi da altri. E dicendo che è storia vecchia d’itaglia, e che quindi va lasciata stare.

Però mi è venuta in mente un’immagine di tanti anni fa, una situazione simile in cui ho imparato una lezione, e che forse val la pena di raccontare, parlando di Armiamoci e partite, o della sua versione inglese che fa bella mostra di sè nel titolo, passando per una bellissima canzone dei Pink Floyd che me l’ha insegnata.

La prima volta che ho pestato la faccia su queste faccende è stato, nello scorso millennio alla fine del secolo 1900, quando è cominciata la prima guerra del Golfo. Ai tempi ero uno studentello di belle speranze e di gesti infiammati, e feci finire i miei anni 80 tirando in piedi in una notte con quattro telefonate, due cartelloni e un coraggio che non so dove potessi trovare, una mobilitazione da far tremare la mia città di provincia, contro l’inizio dei bombardamenti intelligenti. All’ingresso della scuola, quella mattina, c’era schierata la preside nazi-tella, con al fianco il prof di ginnastica progressista-a-parole, che provocavano ed intimidivano per farci floppare, ma non ci sono riusciti. E poi quei tre o quattro prof come si deve che ho avuto la fortuna di avere, a cui bisognerebbe fare un monumento, che arrivavano con gli occhi illuminati per quel che stavano vedendo. Mi rendo conto adesso che probabilmente, un paio di loro avevano la mia età di oggi. E  passando oltre il nostro striscione, entravano a scuola. Ma come?

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Dagli all’editore!

Mi ha colpito, veder riaprire fuori tempo massimo la questione se poter o meno mantenenere la propria integrità morale scrivendo per la Mondadori di proprietà di quello là, sotto la guida di sua figlia  (che ha recentemente preso carta e penna per ringraziarlo della legge ad aziendam). Lo ha fatto il teologo (e curatore delle pubblicazioni a tema religioso e teologico di Mondadori)  Vito Mancuso, che oggi torna ancora sull’argomento. Lo avevo liquidato con due righe su facebook, che dicevano più o meno, Ma per chi credevi di lavorare, per il Dalai Lama? – ma dalla piega che han preso le cose direi che sono stato affrettato e superficiale.

Risvegliata e riattizzata dalla legge ad aziendam, pare che una folta schiera di militanti integerrimi si sia messa ad organizzare… una campagna di boicottaggio a Mondadori, da una parte, e di pressione sugli autori Mondadori per farli uscire (con le mani in alto… :D) dall’altra. Sarà che ahimè comincio ad avere qualche anno, ma di campagne simili volte a colpire gli interessi di quello là ne ho viste ormai molte (da quella contro  la Standa a non mi ricordo più quali altri obiettivi…) e il risultato ce lo abbiamo tutti sotto gli occhi. In ogni caso secondo me stavolta è peggio.

Col fervore di chi ha qualcosa da dimostrare (o da far dimostrare ad altri…), a quanto pare alcuni zelantissimi cittadini hanno scritto a numerosi autori “di sinistra” chiedendo in sostanza di licenziarsi. E devono averlo fatto anche con una certa insistenza, perchè gli autori hanno risposto subito, geometrica potenza della rete.

La risposta, peraltro già respinta al mittente con infamia dai boicottatori di cui sopra (al grido, suppergiù, di puttana puttana l’hai fatto per la grana…) è più o meno la stessa per molti autori che leggo e che stimo – e che dicono, di mollare non se ne parla, e questo non può non farmi pensare. Per dire, nel solito vortice di intrico pazzesco di interessi  Mondadori controlla cosette da niente come Einaudi, quindi la chiamata in correità ai colleghi autori (che lo stesso Mancuso fa fin dal suo primo intervento) si allarga a coprire circa il 50% delle mie librerie di casa 😉

Come dicevo è partito il dibattito, ed è partito in grande stile. Riprenderei subito alcuni concetti, ponendo anche io ai boicottatori un paio di questioni che, da sole, potrebbero spegnere questo dibattito se affrontate con la necessaria serietà:

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New Italian letteratura

Tempo fa ho deciso di cimentarmi senza precauzioni in uno sport estremo, ossia la lettura di un saggio di letteratura contemporanea.

Per fortuna ho massima fiducia nelle capacità e nell’assennatezza dell’autore, un senza nome di diversi anni fa (…”quando la rete era giovane”… 😉 ) che oggi va in giro col nome di Wu Ming 1. Ho letto (un bel po’ di tempo fa, ma riesco a parlarne solo ora…)  il suo saggio/conferenza sul “New Italian Epic”, che potete scaricare qui. E sono colpito.

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