iBooks, eBooks, textBooks… e gli insegnanti?

Come prevedibile, l’entrata di Apple nel mercato dei libri di testo e più in generale dei contenuti educational, presentata nel suo evento al Guggenheim della settimana scorsa, ha ri-scatenato il dibattito mai sopito, su come dovrebbe essere la scuola di domani – o meglio di oggi, per i cittadini di domani.

Oddio, forse scatenato è una parola grossa per l’itaglia, che è un paese dove ci sono ancora a piede libero professori di scuola superiore che rivendicano con orgoglio che “io il computer non lo so nemmeno accendere“, e poi si domandano com’è che le loro classi di 17enni non seguono più le loro lezioni (uguali a quelle di venti anni fa) come i 17enni di venti anni fa.

Però tanti nomi “grossi” ne stanno discutendo, e allora anche io, che non sono nessuno, direi la mia.

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Inciampare nei versi…

Inciampo in due o tre versi, per caso, in una pagina di un sito. Da tanto non succedeva.
Roba seria: è la poesia, con la maiuscola.

E subito ti arriva come un’onda di piena, spazza via la cronachetta terribile di questo tempo di lancinante nazismo perbene, coi bisbigli saccenti di chi si crede diverso e migliore perchè lui sì saprebbe come fare – ma intanto si guarda bene dal fare qualunque cosa. E  ti trascina in un tempo senza tempo, di uomini smisurati con vite maestose e drammi terribili e alzate di spalle, nell’epica nascosta in ogni vita, quella di cercare un senso ogni mattina e alzarsi  anche se non l’hai trovato.

E’ una fuga? Sì, lo è. E’ anche una fuga. In tempi come questi, l’unico mezzo per mantenersi vivi e continuare a sognare, se proprio vogliamo andare a rimestare là in fondo, nello sgabuzzino dove stanno al buio le cose importanti.

Eppure è un miracolo che conosco, che ho vivisezionato, facendomi anche un po’ di male per cercare di andare a vedere come si fa, come funziona. E l’ho sentito, il respiro degli dei, il battito di cuore del mondo, dategli il nome che volete – era lì, dove è sempre stato, calmo e sorridente nel suo sterminato potere silenzioso.

Quando riemergi, ti sembra che solo uomini di un altro mondo e di un altro tempo potrebbero riuscire a riportare indietro quei frammenti brillanti. Quasi non ci credi, che sono persone normali ad averlo fatto. Anzi per qualche frequentazione con la consorteria, puoi affermare: molto meno che normali, a volte.

E mi viene istantaneamente un desiderio larghissimo di fermare tutto, accatastare giù dagli scaffali delle librerie due o tre montagne di roba e aprire a caso, un libro dopo l’altro, e vedere cosa incontro.

come se.

Come se le cose volessero dire.
Ossia: come se questo bel gioco avesse un senso.

Come se il tempo che passa facesse più saggi, migliori, più forti.
Non più vuoti, più spenti.

Come se quello che passa servisse, lasciasse il suo segno – bastioni di Orione, canzoni, mattine che hai visto da solo…

Come se tutte le strade fossero aperte, ancora. Tutti gli sbagli ancora da fare. Tutte ste scelte che non mi son mai accorto di fare, lì in fila in attesa.

Così. Bel titolo che hai scelto, complimenti.
Il mondo salvato dai ragazzini.