la mia parola è: socialità

Non essendo potuto essere presente a Firenze, a ProssimaItalia (che è il nome vero della “convention dei rottamatori”…), anche se avrei molto voluto, provo a recuperare da qua. Nel barcamp (perchè questo è stato) di tre giorni organizzato dal mio consigliere regionale preferito, si sono susseguiti interventi di 5 minuti su parole chiave, mescolati a spezzoni di film e canzoni. Di film e canzoni questo blog parla da tanti anni, e gli interventi di 5 minuti su parole chiave… beh sembravano proprio, dallo streaming su Il Post, uno di quei tantissimi momenti di confronto vero nelle mille riunioni, assemblee, verifiche, tavoli di progettazione ecc che da quando ragiono mi sono auto-inflitto 🙂 in gruppi scout, collettivi, associazioni, fino al mio lavoro sociale, insomma tutto quello che di buono c’è stato e c’è in questo paese – stranamente (?) sempre ben distante dai partiti politici e dalla loro gestione organizzata del consenso… e del potere. Se c’è anche solo la possibilità che questa roba contagi un partito, senza che si faccia contagiare dalla sua burocrazia immobilista, beh per me è già un ottimo risultato. Restando dove sto, comunque mi fa piacere. Ecco i miei cinque minuti:

La mia parola è: socialità.

Perchè, quando si tornava dalle gite scolastiche sul pullman, di solito seduti nei sedili in fondo, ti prendeva quel desiderio forte che la giornata non finisse, che lo stare insieme a quelli che vedevi ogni giorno a scuola – e però qui in un modo diverso, in full-immersion – potesse durare chissà quanto altro tempo ancora?
Perchè avevi condiviso un pezzetto di vita con loro, fatto un viaggio insieme, mangiato con loro, passato con loro non solo il tempo obbligatorio, in quel caso della scuola, ma anche il tempo libero, dove la libertà mette le persone in cortocircuito e, come dice un gran rap, “gira un’energia diffusa e può accedere qualcosa”.
Perchè è emozionante la descrizione, in un’altra canzone, del treno speciale del pci che da Modena va a Roma per i funerali di Berlinguer? Perchè c’è la sfida a carte tra Gianni lo spazzino e Vittorio il professore, e 10 bottiglioni finiti in tre quarti d’ora… e l’emozione, la tragedia pubblica se volete, di quell’ultima cerimonia da più grande partito comunista dell’occidente, rimane sullo sfondo di un popolo che usa anche quell’occasione triste, forse per l’ultima volta in quella maniera lì, per ritrovarsi e guardarsi negli occhi e spendere tempo per stare insieme.
Io che sono nato negli anni 70, e sono cresciuto negli anni 80, quella roba lì non l’ho mai vista. Lo spazio pubblico, la strada, la piazza mentre crescevo io erano il luogo degli scontri, prima, e poi dell’eroina.
Probabilmente per questo, tutto quello che ho fatto e brigato nella mia vita finora è stato per mettere insieme le persone. Recuperare il profumo di una comunità che sta insieme, quello che ho sentito da bambino (alle feste di partito, con il ballo liscio e il popolo, quello vero, che riempiva i tavoli e gli stand…), e mai più ritrovato fino a quando – e va detto – sono entrato all’inizio degli anni 90 nei centri sociali autogestiti, che in quella breve stagione, unici a rischiare tutto, si aprivano e si rinnovavano diventando i luoghi di riorganizzazione per una ondata formidabile di controcultura giovanile e di incontro tra le persone. In quel periodo di grandi cambiamenti, dopo il muro di Berlino, dopo Tienanmen, e se volete guardarvi un po’ l’ombelico, anche dopo la Bolognina, sembrava che in Itaglia potesse cambiare qualcosa. La gente si incontrava, parlava, discuteva anche per strada, sui treni. Un ceto politico spariva per intervento della magistratura (e non dell’opposizione…) e questo era il punto di partenza. E c’erano come sempre le bombe,  i fascisti ma anche chi diceva che era ora di smetterla una volta per tutte.

E com’è allora che oggi siamo alle ordinanze che vietano di stare seduti sulle panchine? ai parchi pubblici con gli orari di chiusura? ai coprifuoco che tengono un popolo intero ostaggio della televisione e impediscono a una (un’altra…) generazione di assaggiare la vita vera, quella che si vive insieme, negli spazi pubblici della socialità che questo paese ha insegnato al mondo? Mentre in altri paesi, città rinascono e si rilanciano puntando sulla loro vivibilità-insieme (pensate alla vicenda di Barcellona), in Itaglia si mandano polizia e carabinieri (e pure i vigili urbani, a volte) a stroncare e manganellare, in nome del decoro, a pattugliare e presidiare, a chiudere a forza gli spazi di socialità. E non sto parlando più solo dei centri sociali autogestiti che ho citato prima, i primi a pagare questo tributo, ma anche dei molto più istituzionali, “legali” se volete, circoli locali bar, e perfino ristoranti e takeaway – per non parlare di strade e piazze dove, per organizzare qualunque cosa che non abbia un fine pubblicitario o commerciale ormai ci vuole uno staff di professionisti e tecnici che solo pochi sono in grado di poter attivare. Certo è la sicurezza, baby – e averla cavalcata incoscientemente per anni, anche dalle parti del pd, è secondo me uno dei motivi della sua sconfitta cronica, e in ogni caso rende oggi molto difficile dire queste cose. Eppure tutti son d’accordo, se dico che è più sicura una strada piena di gente che sta insieme, di una strada vuota e deserta. Se dico che multiculturalità è una parola che non vuol dire niente, se la uso nei dibattiti ma poi non sono mai stato a casa di nessun migrante nella mia vita, o non ho mai trascorso del tempo con nessuno di loro. Socialità, ri-mettersi in condizione di ricostruire dei legami umani tra le persone, tessere una nuova tela di brulicante umanità che ricopra lo spazio liscio a cui ci hanno condannato 16 anni di leghismo e berlusconismo, di sicuressa e di sue interpretazioni anche made-in-pd,  è a mio avviso l’unica seria condizione di partenza per poi affrontare qualunque altro discorso.

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