Santo subito / 2

E spera e spera, un uomo arriverà 
l’immagino in strada, nei cortei, fra noi 
aver paura, piangere 
cercare i figli morti per lui –
E l’uomo in bianco scese dal cielo  
ma era al di là delle barricate – 
E l’uomo in bianco vide la morte 
ma era di là dalle barricate…

Questa canzone è incastrata nei denti da una cifra di anni.
Ne abbiamo già parlato, ma visto che siamo alla data ufficiale, è sempre meglio rinfrescare quel po’ di memoria che ci è data.

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once upon a time.

Si, certo che sono preoccupato per la crisi nucleare in Giappone.
E ovvio, che mi fanno ancora (più) schifo l’omiciattolo e i suoi servi, e i microcefali che ancora li applaudono e li ascoltano.
E certo, che l’intervento militare in Libia sta diventando l’ennesimo tentativo di accaparramento del petrolio versione 2.0, coi bombardamenti pacifisti, i missili intelligenti, le risoluzioni ONU a fisarmonica, fatte per giustificare un po’ il cazzo che si vuole – e noi in ogni caso lasciati fuori dalla porta, perchè tanto con dei pagliacci come i governanti italiani si può fare quel che si vuole.

Però ci sono le stelle stanotte, apro una Guinness e mi siedo in giardino.
E guardo in su, aspiro il profumo di primavera che fa l’aria.

E forse sono anche ottimista, un po’. Con tutto quello che mi aspetta.
Con tutto quello che è passato. Che ho costruito, che ho combinato.

La rete mi butta bella musica stanotte. E un sacco di bei pensieri.
Peccato esser qui da solo, mi mancate.
Parecchio.

notte prima degli esami.

Sono a Roma, in un posto di preti fuori città, in mezzo ai pini marittimi.

Sono murato qua per tre giorni con quasi 200 ragazzi di 17 anni, per una cosa di lavoro. Li faccio incontrare e scontrare, parlare, discutere, decidere – assaggiare un po’ di quello che per me è stato normale tutta la vita, ma visto da loro per molti è roba da marziani.

E ad un certo punto mi colpisce in faccia la consapevolezza di dove sono, loro. Quanto indietro, a che punto della strada. In quale sole, in quale gloria. Mi vedo in un ritratto alla parete. E mi ricordo quel passaggio del film, uscito quando ero come loro, “stesso taglio di capelli, pieni di ormoni come voi – invincibili come vi sentite voi. Il mondo è la loro ostrica, pensano di essere destinati a grandi cose, come molti di voi. I loro occhi, pieni di speranza, proprio come i vostri”. Come i pini di Roma, la vita non li spezza.

Io me la ricordo perfettamente, la notte prima degli esami. Minuto per minuto.

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la mia parola è: socialità

Non essendo potuto essere presente a Firenze, a ProssimaItalia (che è il nome vero della “convention dei rottamatori”…), anche se avrei molto voluto, provo a recuperare da qua. Nel barcamp (perchè questo è stato) di tre giorni organizzato dal mio consigliere regionale preferito, si sono susseguiti interventi di 5 minuti su parole chiave, mescolati a spezzoni di film e canzoni. Di film e canzoni questo blog parla da tanti anni, e gli interventi di 5 minuti su parole chiave… beh sembravano proprio, dallo streaming su Il Post, uno di quei tantissimi momenti di confronto vero nelle mille riunioni, assemblee, verifiche, tavoli di progettazione ecc che da quando ragiono mi sono auto-inflitto 🙂 in gruppi scout, collettivi, associazioni, fino al mio lavoro sociale, insomma tutto quello che di buono c’è stato e c’è in questo paese – stranamente (?) sempre ben distante dai partiti politici e dalla loro gestione organizzata del consenso… e del potere. Se c’è anche solo la possibilità che questa roba contagi un partito, senza che si faccia contagiare dalla sua burocrazia immobilista, beh per me è già un ottimo risultato. Restando dove sto, comunque mi fa piacere. Ecco i miei cinque minuti:

La mia parola è: socialità.

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Io se fossi dio…

E’ una vecchia canzone di Gaber.

Oddio, nemmeno tanto vecchia… ma come diceva lui, è roba per una razza in estinzione. Ci sono dentro praticamente tutte le cose che penso e credo, compresa la sacrosanta incazzatura contro chi mi ha tolto il gusto di essere incazzato personalmente, e il grido che Aldo Moro resta la faccia… che era – lui, e tanti tanti altri, persone e storie di cui non si può più parlar male perchè sono stati beatificati dalle pallottole di quegli altri idioti.

Non so se sentirmi bene, quando la ascolto, e pensare che almeno non sono l’unico… o stare male, a vedermi ributtare in faccia tutta sta roba.

Va beh, ascoltate e poi casomai mi dite la vostra. Continua a leggere

Aria nuova

Ho cambiato grafica, ho cambiato stile.

Cerco di cambiare andazzo, di non farmi risucchiare sempre e solo dalla terribile, incredibile cronaca che tutti i giorni ci versano in testa. Forse ha ragione, chi dice che il segreto è non sapere, non essere informati. Ma ormai è troppo tardi.

Ho cambiato atteggiamento, provo a parlare con tutti, addirittura.
Ad essere accomodante, a far parlare senza saltare alla gola. E’ il nuovo corso, baby.
Democrazia, confronto. E una montagna di cose di cui non è (più?) il caso di parlare.

Però ho una foto in testa, di una mano con una bomboletta che scrive su un muro. Di distese di graffiti. E di teste, e di grida, di rabbie. Di foto in bianco e nero che erano posti e momenti dove io stavo. Lì vicino al fotografo. Di corpi pigiati sotto un palco e di parole, da quel palco, che rimbalzano sui corpi e si amplificano e si moltiplicano. Di odio mosso da amore, come la canzone. Di corpi che si incontrano, di lampi, piccoli presagi di un mondo che viene.

E’ il mio chilometro zero, questo. Inner circle.
E la differenza ora sarà tra chi ha accesso a questa foto, e chi dalle buone maniere verrà cortesemente fermato ad anni luce di distanza. Get your filthy hands off my desert.

mi fan male gli anni 80

Da un paio di canzoni che mi son rimaste incastrate nei denti qualche giorno fa, dopo averle sentite alla radio, mi è venuta voglia di fare un giro nella musica italiana di (fine) 80, tutta la roba che era in seconda o terza fila e magari non ha lasciato grandi tracce, ma si ascoltava e si sentiva ogni giorno in quei giorni lì.

Sono arrivato alla conclusione che a me gli anni 80 mi fan male proprio.
Mi tiran fuori un male che deve essere ancora lì ammucchiato in qualche angolo buio, e non è la solita menata dei tempi belli che son passati. Anzi forse è proprio il male di quegli anni lì, che non vuole andar via. Non si esce vivi, insomma, e già lo sappiamo.

Ma quanto ne avevo accumulato, se ancora non smette di uscire.