Sparatoria a senso unico.

Una sparatoria, sono delle persone che si sparano tra loro.

Se esci di casa con una Smith & Wesson 3.57 magnum, vai due volte in un mercato di Firenze e apri il fuoco sugli ambulanti africani, non è una sparatoria. E’ proprio un’altra cosa.

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the immigrants’ song

Davide vive a Toronto. E Riccardo è a Valencia da qualche anno. Alessandro vive a Praga. Poi c’è Federico che sta a Phuket. Francesca va e viene dalla Cina. Marco era al Cairo, poi in Belgio. Paolino è a Londra. Anche Nicola è stato al Cairo per anni. Marco è in Brasile, e anche Paolo è in Brasile da talmente tanti anni che uno non ci pensa più nemmeno.

E’ tutto molto global: ci sentiamo sul web 2.0 e ci spostiamo in aereo, ci chiamiamo su skype in videoconferenza e condividiamo foto, pensieri e notizie su quel che facciamo.

Però a me vengono in mente i bastimenti che nei secoli passati hanno scaricato altri italiani in giro per il mondo, con molte meno opportunità, meno consapevolezza e molta più rassegnazione.

Non so come si vedano i miei amici in giro per il pianeta, io non li considero emigranti… ma forse è quello che sono: emigranti 2.0
Questo paese di apartheid e razzismo è tornato ad essere un paese di emigranti, e non ce ne siamo accorti?

a kebab saved my life

Certe cose mi stringono un po’ il cuore: ad esempio vedere un ragazzo di 24 anni che ragiona e si comporta come un vecchio di 80 – guidato dalla paura del diverso, del non-conosciuto, ormai impermeabile alle novità e alle trasformazioni, al cambiamento che è la vita. A 24 anni, cazzo.

Il sindaco di Ceriano Laghetto ha 24 anni, è il secondo sindaco più giovane d’Italia, ed è salito agli onori della cronaca per l’ennesima, ridicola, inutile ordinanza che vieta nel centro storico (?) di Ceriano, a pochi chilometri da qui, l’apertura di tutta una serie di attività commerciali.

Non lo sapevo, che a Ceriano Laghetto ci fosse l’economia pianificata, come in Unione Sovietica. Pensavo che il PdL che governa lì fosse un accanito fan del liberismo, invece. Ma a quanto pare il libero mercato va bene solo quando si fanno i comizi e le sparate in tv. Per il resto invece, sono vietati sul territorio del soviet di Ceriano esercizi commerciali che offrono telefonate a basso costo verso l’estero (phone centres), trasferimento sicuro di denaro verso paesi extracomunitari (money transfer) e venditori di kebab. Ossia la faticosa economia che sta venendo creata dagli immigrati.

Io ci resto male, per un uso pretestuoso e ideologico delle cose di tutti – e  naturalmente per tutte le altre storture simili che, con i soldi dei contribuenti, permettono a questi personaggi di farsi pubblicità ottenendo risultati ridicoli per quantità e qualità.

Ma stavolta ci resto più male del solito, perchè la prima volta che l’ho mangiato, a me il kebab mi ha salvato la vita.

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Questi cazzo di anni Zero.

Non ce la facevo più, a tenermi il disgusto. E allora ho riaperto la bottega, qui, almeno per far sapere a qualche passante curioso che non a tutti va tutto bene così.
Ricominciamo a parlare, e a parlare a canzoni. Poi vediamo.

Gli anni Zero sono finiti da nemmeno quindici giorni. Per non smentirsi, sul finale ci hanno pure regalato un bel revival di un altro bel decennio, gli 80 dello scorso millennio. Bella merda.
Ieri ero in libreria e mi sono accorto che il corpo in automatico stava a tempo con la canzone che c’era in sottofondo – sai quando certe cose vanno in automatico. Solo che era Self Control di Raf, e non ero preparato a sprofondare di nuovo alle medie, in un corridoio-tunnel piastrellato a soffitto sempre più basso, senza speranze, che sono stati quegli anni.

Allora come dice la canzone, che cosa racconteremo di questi cazzo di anni Zero?
Mi toglie il fiato soprattutto il senso di colpa di non star facendo rumore, di non avere modo di fare rumore.

Adriano Sofri dagli arresti domiciliari fa cover di una delle poesie più serie mai scritte, gli itagliani accolgono il loro sultano inginocchiati davanti alla merce nel centro commerciale di fianco a casa, questo paese fa sempre più pena e sempre più si impettisce come il pelatone, dichiarandosi invece una grande nazione civile, mentre dà gli ultimi ritocchi al suo apartheid, davanti agli agli occhi di tutti.
E nessuno dice un cazzo.

C’è giusto un rumore di fondo, almeno per adesso ancora tollerato, di tutti i bisbiglianti nella rete, come me, che credono di potersi mettere la coscienza a posto scrivendo dieci righe di rivolta. E allora almeno quelle scriviamole.

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I sacrifici si fanno.

In una sera all’aperto, solita situazione, parcheggio di periferia locale vuoto musica nostra. Ritrovo un amico del Marocco, non lo vedo da un po’. Ci diamo aggiornamenti.

Ha trent’anni, e quattro figli.
Non è spaventato dal paese-da-apartheid che stiamo diventando. E’ ottimista, dice.
Perchè tutti gli italiani che conosce sono brave persone.

Sono tutti gli altri, penso io, quelli che non escono di casa, quelli di cui aver paura.

Ha trent’anni e quattro figli che consumano dvd come caramelle, e lui marocchino coi dread malato di anime giapponesi ha imparato a memoria la prima serie di Naruto riguardandola tutta con loro trenta volte. Multikulti realizzato, in un appartamento di Vimercate come a Berlino.

Parla di sua moglie con distacco, a volte quasi con distanza – ma è un pudore, perchè poi esce anche il rispetto, l’importanza. Non mi dice mai il nome di lei.

Parla di quattro figli, che ha voluto fare, dice – per dare qualcosa al mondo. Per costruire qualcosa. A chi gli chiede se non sono tanti, ti dice che ai figli riesci sempre a dar da mangiare, anche se ne hai 10: I sacrifici si fanno, è normale.

Penso alle foto di feste trendissime piene di fighe esanguissime e di checche truccatissime che arrivano al mio profilo facebook tramite i tag. A quelle merde incravattate che mi stanno vendendo casa. Alla droga catodica versata a carriole nei cervelli di questa nazione, per farle pensare che solo vincere conta – e l’importante è che vincano quelli giusti.

Ai discorsi dei miei nonni, che dicevano le stesse cose: i sacrifici si fanno, è normale.
Vedi alle volte che giri devi fare, per reincontrare le tue radici.

Pata Pata

C’è stato un tempo, nemmeno tanti anni fa, in cui l’Africa era proprio lontana…

C’era l’apartheid, in Africa. Il razzismo legalizzato, la segregazione razziale. Il mondo occidentale libero e democratico boicottava il Sud Africa per questo – e poi però comprava diamanti ed oro di nascosto, perchè va bene tutto, ma i soldi son soldi…

In quegli anni lì, Nelson Mandela non era un icona che girava il mondo facendo discorsi, ma un galeotto imprigionato in isolamento e accusato di essere a capo di un gruppo rivoluzionario (anche) armato. E Peter Gabriel cantava a pugno alzato la storia di Steven Biko, compagno di partito di Mandela finito morto ammazzato di botte dopo un (ennesimo) arresto della polizia sudafricana. E i Simple Minds, pure loro, aspettavano il giorno in cui Mandela sarebbe stato liberato: il Mandela Day. Ed Eddy Grant mi metteva nelle orecchie uno dei primi reggae “dancehall”, della nuova generazione, chiedendo al governo di Johannesbourg di dare un po’ di speranza ai neri. E Johnny Clegg, coi suoi Savuka, era uno dei pochi bianchi sudafricani a suonare contro il regime, insieme ai neri, la musica dei neri.

Io avevo una maglietta nera con scritto STOP APARTHEID in bianco, ed era in assoluto la mia prima maglietta militante (la prima di una serie lunghissima…). Continua a leggere