i libici.

Quando qualcuno dice “i libici”, la mia testa per riflesso condizionato corre alle scene iniziali di Ritorno al futuro.

Quando qualcuno dice che l’aviazione ha bombardato Tripoli, io penso all’aviazione USA mandata da Reagan nel 1986 con l’intento di far fuori il colonnello, che però si salvò per una soffiata di Craxi.

E oggi invece?

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youtube è come la tv? perchè questi proprio non han mai visto altro…

Su Engadget.com, uno dei siti importanti a livello mondiale come osservatorio delle novità hardware e software, e degli annessi e connessi influssi sulla vita delle persone, esce un articolo sull’ultima bella invenzione della nostra AGCOM, passata ovviamente sotto silenzio sui grandi media in questo bel Paese, che “regolamenta” le webradio e le webtv, e già che c’è ovviamente sparge a piene mani inspiegabili vincoli, limiti e quelli che qualcuno chiamerebbe “lacci e lacciuoli” contro la rete… viene da chiedersi come è possibile che questi legislatori siano così ignoranti in materia: mai usato youTube almeno una volta per pubblicare qualcosa? Ecco, appunto: il sospetto che viene subito dopo è che non ci sono, ci fanno
Traduco qua (velocemente e male, ma tant’è…) il post, che mi sembra significativo – spero che la traduzione riporti correttamente il pensiero degli autori di Engadget, ma in ogni caso invito tutti ad andarsi a leggere l’originale e anche tutti i commenti, che dicono molto chiaramente cosa pensa il mondo di noi. Altro che paese d’o’ sole, quarta potenza mondiale, e tutte le puttanate che vi bevete ogni giorno dalla tv. Per l’ennesima volta, che vergogna:

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the immigrants’ song

Davide vive a Toronto. E Riccardo è a Valencia da qualche anno. Alessandro vive a Praga. Poi c’è Federico che sta a Phuket. Francesca va e viene dalla Cina. Marco era al Cairo, poi in Belgio. Paolino è a Londra. Anche Nicola è stato al Cairo per anni. Marco è in Brasile, e anche Paolo è in Brasile da talmente tanti anni che uno non ci pensa più nemmeno.

E’ tutto molto global: ci sentiamo sul web 2.0 e ci spostiamo in aereo, ci chiamiamo su skype in videoconferenza e condividiamo foto, pensieri e notizie su quel che facciamo.

Però a me vengono in mente i bastimenti che nei secoli passati hanno scaricato altri italiani in giro per il mondo, con molte meno opportunità, meno consapevolezza e molta più rassegnazione.

Non so come si vedano i miei amici in giro per il pianeta, io non li considero emigranti… ma forse è quello che sono: emigranti 2.0
Questo paese di apartheid e razzismo è tornato ad essere un paese di emigranti, e non ce ne siamo accorti?

un disastro in/naturale

Cajoun: gente, musica, cucina… una cultura di palude.

Un misto di culture – meglio.
Che è sempre meglio.

Del resto, quella palude lì è quella dove riuscivano a scappare e rifugiarsi gli schiavi africani che hanno costruito gli Stati Uniti; per quello ci trovi dentro la santeria, il voodoo, e tutto intorno posti strani per gente stravagante: cajoun – gente che ha inventato posti come New Orleans, o almeno come era New Orleans prima di essere normalizzata con la scusa della ricostruzione post-Katrina. E che adesso ha davanti una piattaforma petrolifera che ha stappato un giacimento di petrolio, e lo sta facendo riversare tutto direttamente in mare. Qualcosa che non ha funzionato.


Un “disastro naturale” tanto quanto la nostra diga del Vajont: errori di progettazione, speculazioni dei costruttori, cancellazione dei rapporti di allarme, schifose truffe perfino coi materiali da costruzione, e poi la solita serie di toppe all’italiana fin quando la montagna non ne ha potuto più ed è crollata.

Nel bacino della diga.
Un disastro naturale.
E prima?

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it is no mystery / we making history

Nonostante io possa immaginare che il buon Linton Kwesi Johnson (autore della canzone ripresa nel titolo del post) abbia parecchio da dire su Obama, sono colpito dalle giornate di celebrazione dell’insediamento del primo black president -in particolare da quello che non  ci fanno vedere in tv, e che devo ringraziare Radio Popolare – per una volta all’altezza della sua fama – e in particolare l’inviato Roberto Festa, per aver scovato e messo in onda.

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Non si esce vivi dagli anni 80

Gli anni 80 nei miei ricordi sono l’inizio dell’importanza dell’immagine. Quella sugli schermi, naturalmente: quella delle tv private che cominciano il loro lavoro tra l’apprezzamento e la simpatia di tutti. Adesso si vedono i risultati, e si vede che sbaglio abbiamo fatto.

Ma anche (forse soprattutto) gli anni di inizio dell’importanza dell’immagine che uno da di sè, dell’immagine nel senso di look.

Anni di stilisti e palastilisti, di Nike e Moncler, di marchi che cominciano a mettersi in posizione per il dominio del mondo che seguirà a breve. Anni di inizio della globalizzazione: quella dei fast food e della tv che finalmente ci porta i format degli Iuessei, ma ci porta anche le piazze di Berlino con le candele, e la piazza di Pechino che ferma i carri armati alzando le mani, almeno per qualche giorno. Anni in cui sottovoce e clandestinamente, cominciavamo a maneggiare computer, software hackerato che arrivava da misteriosi canali internazionali che poi erano l’internet, nelle sue forme primigenie.

Fossimo stati negli Iuessei, magari finivamo stramiliardari per aver creato la Sierra On-Line o chissà che altro.

E invece no, Brianza anni 80.

Giardini pubblici coi tossici incorporati, da evitare non guardare non considerare. E intanto una corsa senza regole ad essere di più e meglio. Mentre migliaia di persone si trovavano senza lavoro, per la prima volta maneggiando il no-future cantato giusto qualche anno prima per le strade di Londra. Crescere in questo casino, Drive-In alla televisione e i genitori a ritagliare annunci di lavoro dal giornale. Hai voglia, ad allevare dentro di te la forza. Quando poi l’amore ti colpisce in faccia come un tirapugni, ed è tutta roba tua, da smazzarti da solo.

Eppure la banda, era la forza più grande: passare il tempo a far passare il tempo, scoprire l’hiphop lo skateboard la breakdance, avanti di talmente tanti anni che nemmeno potevamo pensare di stare maneggiando un business così gigantesco. Fossimo stati negli Iuessei, potevamo creare una linea di streetwear e sponsorizzare Tony Hawk. E invece, vai a leggere copie di Thrasher arrivate chissà come fino a questa periferia dell’impero.

Campioni del mondo delle occasioni sprecate.
A brulicare dove piano si stava ricostruendo un seme di qualcosa, che covava sotto ceneri e macerie pronto a riempire le strade di noi, nel giro di pochi anni. E poi di nuovo a casa davanti alla tv, tanto per ribadire chi comanda.

Merlo del castello vola e va.
Cicca – ciccà:
io sto qua.

Non si esce vivi dagli anni 80.