Expo 2015 e #noexpo

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Ieri alla Villa Reale di Monza, ossia praticamente sotto casa, si sono riuniti il presidente della Repubblica, il presidente del Consiglio dei ministri, il presidente (o governatore, così è contento) della Regione Lombardia e uno stuolo di altri politici, insieme ad alti ufficiali di polizia – carabinieri – guardia di finanza, e pure qualche alto prelato, per l’ennesimo grande “evento” legato a Expo 2015. Il tutto ha portato la solita militarizzazione della città, coi soliti blocchi del traffico, ingorghi eccetera, e nessun coinvolgimento delle persone che in questa città abitano, in quel che stava succedendo: insomma a guardarla con una prospettiva da film in costume, i nobili hanno fatto il loro gran ballo nella villa del re, e il popolaccio è stato tenuto ben fuori dai cancelli. Del resto, come diceva qualcuno in piazza, l’ultima volta che un capo di stato italiano è venuto da queste parti, l’hanno portato via a piedi in avanti e bucherellato di pallottole… quindi in questura erano tutti molto preoccupati 😀

A parte gli scherzi, fatemi dire come la penso a riguardo.

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Questi cazzo di anni Zero.

Non ce la facevo più, a tenermi il disgusto. E allora ho riaperto la bottega, qui, almeno per far sapere a qualche passante curioso che non a tutti va tutto bene così.
Ricominciamo a parlare, e a parlare a canzoni. Poi vediamo.

Gli anni Zero sono finiti da nemmeno quindici giorni. Per non smentirsi, sul finale ci hanno pure regalato un bel revival di un altro bel decennio, gli 80 dello scorso millennio. Bella merda.
Ieri ero in libreria e mi sono accorto che il corpo in automatico stava a tempo con la canzone che c’era in sottofondo – sai quando certe cose vanno in automatico. Solo che era Self Control di Raf, e non ero preparato a sprofondare di nuovo alle medie, in un corridoio-tunnel piastrellato a soffitto sempre più basso, senza speranze, che sono stati quegli anni.

Allora come dice la canzone, che cosa racconteremo di questi cazzo di anni Zero?
Mi toglie il fiato soprattutto il senso di colpa di non star facendo rumore, di non avere modo di fare rumore.

Adriano Sofri dagli arresti domiciliari fa cover di una delle poesie più serie mai scritte, gli itagliani accolgono il loro sultano inginocchiati davanti alla merce nel centro commerciale di fianco a casa, questo paese fa sempre più pena e sempre più si impettisce come il pelatone, dichiarandosi invece una grande nazione civile, mentre dà gli ultimi ritocchi al suo apartheid, davanti agli agli occhi di tutti.
E nessuno dice un cazzo.

C’è giusto un rumore di fondo, almeno per adesso ancora tollerato, di tutti i bisbiglianti nella rete, come me, che credono di potersi mettere la coscienza a posto scrivendo dieci righe di rivolta. E allora almeno quelle scriviamole.

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