Bengasi e la Libia [due film e uno spettacolo teatrale].

Sono anni che penso che vorrei andare a visitare la Libia.
In quei deserti ci sono di sicuro resti di presenze romane ancora poco conosciute e studiate, e poi ricordi fin troppo freschi di altre presenze: dei primi bombardamenti aerei della storia umana (ah, l’aviazione italiana, come era avanti nel 1911… ), del nostro colonialismo negato e dimenticato, della tragica stagione fascista dell’impero.

Come nella canzone dei Police, la sincronicità ci porta many miles away e poi allo stesso tempo ci ributta sulla porta di casa, ad Affile (Roma), dove alcuni ragazzi sono stati denunciati per aver scritto sacrosante verità e condivisibilissime dichiarazioni sul (bruttissimo) mausoleo a Rodolfo Graziani che il solito sindaco fascista ha costruito con centotrentamila euro – ovviamente denaro pubblico: a questi la spending review non gliela fa nessuno.

Graziani, ricordiamolo che non fa mai male, oltre ad essere stato il ministro della guerra nella repubblica di Salò, con tutto quello che questo comporta in termini di collaborazione con i nazisti, repressione dei partigiani e tutto il resto, prima aveva avuto una “luminosa” carriera come generale nelle guerre coloniali, in Libia e in Etiopia, sperimentando campi di concentramento, uso di gas, fucilazioni in massa di civili, e insomma  aumentando il già cospicuo contributo italiano alla parte peggiore della storia umana. E oltretutto cavandosela con pochi mesi di prigione, (Ah, Togliatti, quell’amnistia è stata proprio una cazzata gigantesca…) diventando uno degli ispiratori del MSI e morendo felice e beato nel suo letto nel 1955.

Di questa gentaglia non parla quasi più nessuno, la scuola – figuriamoci – ha altro a cui pensare, dovendo occuparsi approfonditamente del ruolo della provvidenza nelle opere di Alessandro Manzoni (e delle rivendicazioni sindacali di un corpo docente in gran parte da spazzare via senza pietà…). Lo fanno ancora una volta i WuMing (appena ho i soldi, una donazione paypal gliela faccio adavvero…) andando a scavare nella nostra cattiva memoria con il romanzo Timira, che ho appena finito di leggere, e con ampio approfondimento sul criminale di guerra Graziani (e sul suo leggendario portar sfiga a chiunque gli stesse vicino…) .

Infine, lo fanno diffondendo (in qualche caso, ri-diffondendo) i link a documenti che difficilmente si troverebbero in altro modo:

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Il problema non è la caduta. Ma l’atterraggio.

Diciamo subito una cosa dopo i fatti di Roma oggi pomeriggio: gli scontri, la strada “militare” se volete, sono un’opzione. Farà impressione dirlo, e non è una strada che mi interessi, ma da sempre è stata una strada: anzi, la più facile e la più battuta. Però più che per altre strade, serve sapere dove si sta andando. Perchè ci si fa del male, a fare gli scontri, si perde sostegno da alcune parti e lo si guadagna forse da altre, ci si ferisce, si finisce fermati o arrestati, poi si innesca la solita spirale repressiva che colpisce a caso tutti gli altri, eccetera eccetera. Insomma proprio tutto già visto. Eppure siamo sempre qua. Siamo sempre a Münster come è raccontata in Q, o più semplicemente a Genova dopo aver raccolto Carlo Giuliani dall’asfalto. Non si riesce proprio, a immaginarsi un altro film? Da quell’asfalto, dicevamo, dobbiamo ripartire. Ma non restarci inchiodati, a cercar di pareggiare il conto, a cantare una canzone che ha 40 anni e li dimostra tutti, dicevamo. Anche stavolta qualcosa di nuovo già si poteva vedere, ma invece poi non si esce dalla ruota del criceto. It’s a rat race, per essere fedeli al nostro titolo, e tirare in mezzo una canzone.

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