non ti uccise la morte, ma due guardie bigotte…

Il verso di De Andrè è stato usato nelle sacrosante campagne per chiedere la verità sulla morte di Lorenzo Cucchi. E prima di lui ce ne sono stati altri, troppi altri. In questo blog da due lire ne ho contati quattro o cinque.
Oggi per caso ne scovo un altro. La storia di una morte del 2003. Chi muore giace, e chi vive si dà pace, dicono i proverbi – ma se tuo figlio muore a 29 anni in galera, dove deve stare per altri 4 mesi dopo aver tentato di rubare un motorino, non credo che ti possa dare pace. E infatti Maria Ciuffi, la madre di Marcello Lonzi, da anni va avanti in questa battaglia, che è la solita battaglia: le perizie, le reticenze, le minacce, le telefonate anonime, la difficoltà di indagare un corpo dello Stato…

Anche le foto sono le solite foto, e non mi piace indugiare sul sangue e i cadaveri. Però ci sono, e non voglio far finta che non ci siano.

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Rudra Bianzino (e suo papà Aldo…).

Metti che sei un falegname, un po’ fricchettone magari – uno che aveva 20 anni negli anni 80 in Italia, insomma una storia di tanti:  o camicia bianca e orologio sul polsino, o spade in vena, o la faticosa strada per essere te stesso, con la libertà che diminuisce sempre di più e la vita che non ci vuol credere.

[Aldo Bianzino]

Metti che metti su famiglia, hai quasi 45 anni, un figlio, abiti in campagna, in provincia di Perugia, e in questa campagna tu e tua moglie ci piantate la marijuana – mica per farci smercio e traffici internazionali, eh – solo per potervela fumare senza dare soldi ai trafficanti medesimi.

Non sta bene, non si fa, non è nemmeno legale.

Eh già, c’è gente che da… da sempre, che io mi ricordi, fa casino per legalizzare l’uso personale della marijuana – ma in questo paese oggi non si può, comunque.

Quindi prima o poi ti beccano – perchè sono queste le cose su cui spendere soldi in indagini e appostamenti – e ti arrivano in casa, coperti dalla legislazione anti-droga assimilata all’anti-terrorismo, ti pigliano e ti portano in galera.

E tu, metti che sei un falegname un po’ fricchettone, che avevi 20 anni negli anni 80 in Italia… probabilmente la polizia non ti sta troppo simpatica, dopo quello che gli hai visto fare in questo paese, fin da quando eri un ragazzino.  Magari gli rispondi male, chi lo sa. Magari li mandi pure affanculo, chi può dirlo. Anche se hai i dreadlocks, hai fama di essere un pacifista nonviolento gandhiano, fai meditazione indiana… magari ti danno tanto addosso che qualcosa ti scappa.

E poi ti trovano la mattina dopo, in cella, morto.

Questa è la storia di Aldo Bianzino, morto in carcere a Perugia il 14 ottobre 2007. Suo fratello ha scritto una lettera a Napolitano che magari volete leggere.

Sua moglie era sul palco del secondo Vday di Beppe Grillo, ma era malata – in attesa di un trapianto di fegato. Non ce l’ha fatta, è morta qualche settimana fa.

Ora Rudra, il figlio di questa coppia, rimane da solo davanti all’incombenza di processi civili e penali, affidamento, completamento degli studi.

C’è un appello per raccogliere fondi: