Gaetano che tipo strano

Così diceva una canzone che mi cantavano da bambino, roba degli anni 60 credo, un twist un po’ storto e alla buona. A me veniva subito in mente il fratello di mia nonna materna: Gaetano. Che era strano per davvero, e non poco.

Piccolo, duro come l’acciaio, infaticabile. Con gli occhi fiammeggianti, sempre, e dei ricci all’insù come li ho visti, tanti anni dopo, solo nei ritratti di Errico Malatesta.

Un omino minuto pieno di rabbie smisurate, gruista alla Breda negli anni 50 (dove andava e tornava in bici, dalla Brianza a Sesto e indietro) e saldatore, tornitore, imbianchino, e prima garzone, contadino, e prigioniero degli inglesi, dopo esser stato spedito a conquistare l’Abissinia al ritmo di Faccetta nera e aver trovato il Royal Army a dare una mano a Selassie I. Pieno di letture (che per uno con la sua storia, è già incredibile) – e di letture strane: la Bibbia girata e rigirata, letta da solo, e poi Giordano Bruno, e mille altri trattati di filosofia e religione e morale e chissà cos’altro, letti con quegli occhi fiammeggianti, di certo dopo che si era tolto il toni e lavato via la polvere del lavoro.

Gaetano che mi incrocia sulla piazza del municipio, a quattro, cinque anni portato per mano da sua sorella che poi era mia nonna, e guardandomi negli occhi come ad un adulto spara la domanda indicando la bandiera sul pennone del Comune: lo sai cos’è quella?

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signora libertà, signorina anarchia

Dieci anni fa se ne andava Fabrizio De Andrè.

Oggi, dieci anni dopo, le radio sono piene delle sue canzoni – che è fenomenale, dato quanto è stato ignorato in vita dall’estabilishment italiano. Addirittura, i centri commerciali vendono i  cd di De Andrè in offerta speciale, in questi giorni.

Io che con le canzoni di De Andrè ci sono cresciuto, grazie ai vinili e alle cassette di mio papà, prima ancora delle chitarre e dei fuochi di notte, scuoto un po’ la testa, perchè da un lato sono contento, dall’altro mi indigna la rimozione collettiva di quello che dentro le canzoni sta ben evidente, a chi ancora ci vede.

Provo a citare qui dei pezzi, ma poi mi rendo conto che è impossibile, sono tutte fantastiche le sue canzoni, e tutte andrebbero scritte qui interamente. Però c’è chi l’ha già fatto, quindi ringraziamo, e passiamo oltre.

Anche perchè sento sprecare troppe parole – troppa gente che si appropria di roba non sua.

Per fortuna ho una bocca per bere:
il vino rosso va giù, litri e litri di corallo, fino ad un paese che si chiama anarchia.

(Così l’ho sempre sentito cantare dal vivo…).