Internet è nuda. Inna rubadub style.

Mentre vado a Roma in treno, all’ora che di solito passo inscatolato in coda in qualche periferia, non posso non compiacermi di starmene con il rubadub in cuffia, il mio netbook sul tavolino del frecciarossa, la signora di fianco che occhieggia ogni tanto all’interfaccia grafica inconsueta (è Unity, signora – Ubuntu Netbook remix. Ha presente? :D) e soprattutto con la connessione umts che lavora. A dire il vero c’è anche una rete aperta “Wifi Frecciarossa” ma non si esce. Sarà magari un wifi di bordo a pagamento per la prima classe? Va beh, andiamo bene anche con la chiavetta internet – anche se le coperture italiane fanno cagare, tutte: filo, fibra, umts… e wifi libero nei due o tre posti in tutta italia dove c’è.

Due file più avanti, il solito itagliano truzzo parla al telefono ad un volume che lo sento da qua, anche con le cuffie. Solo che, noblesse “FrecciaRossa” oblige,  si sta sforzando con uno stentato gergo informatico, di spiegare a qualcuno che le pagine facebook non si possono leggere se non si è registrati e non si entra. Avesse frequentato un’ora degli incontri che faccio coi ragazzini di seconda media a scuola, saprebbe che non è così – almeno non in automatico. Ma va beh.

Di fianco a me, la cinquantenne in total black con gonna e stivali da venticinquenne (quella che spia Unity…) non ha ancora mollato il cellulare e sembra stia facendo uno psychiatric help a qualche coetanea in crisi. Desperate housewives, live edition.

Alzo il volume, che Junior Byles canta l’originale di Curly locks. Ma non mi dispiacerebbe nemmeno la versione di Sinead O’Connors, mille anni dopo.

E leggo questo post di Manteblog. Molto, molto bene.
Andiamo a Roma, dai. Anche se nemmeno stavolta aveanzerò tempo per rivedermi il cenacolo ripulito. Ma c’è di peggio, non ti preoccupare.

Inna rubadub style.

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it’s all about putting people together

Sono nei boschi della Romania.
Intorno a Resita, qualche decina di km da Timisoara.

Portiamo ragazzi di vent’anni a fare esperienze, ad assaggiare la vita – e l’Europa, questa cosa favolosa che loro hanno e nessuno prima di loro ha avuto.
E naturalmente non se ne rendono conto – ma questo tocca a noi.

Giro di impressioni, e con parlate inglesi più o meno stentate esce di tutto, importanza dei contatti fisici tra persone, superare i limiti, mettersi in gioco…
Quei discorsi profondi e semplici che significano che abbiamo colpito nel segno, il seme è piantato, l’emozione è arrivata. Adesso il resto tocca a loro.

Penso che è da… più di 25 anni che sto in situazioni così, in cui la gente “tira fuori” quello che ha sentito. Penso che sia una fortuna immensa, un osservatorio sul mondo che a pochi è dato. Penso che è per questo che voglio far assaggiare il più possibile, a più gente possibile, come si vive bene senza confini, senza appartenenze, senza routine quotidiane di cose da fare perchè sì. Non è una questione di bandiere o stronzate simili. E’ cambiare la vita. E’ roba seria.

 Per questo mi viene un’emozione profonda, per un attimo, quando i colleghi mi chiedono di chiudere. 
Perchè alla fine è dal secolo scorso che faccio ste cose – un millennio è cambiato e sono ancora qui – e non avevo vent’anni, e ora ne ho quasi quaranta.
E loro dicono, come dice sempre Michele l’importante è mettere insieme le persone, e poi qualcosa succede.

Ed è vero. Ed è quello che penso e che dico. 

Per questo quanto parlo, tutti si azzittiscono e ascoltano con gli occhi sbarrati, la voce che racconta di un seme piantato, di una promessa fatta davanti ad altri – che è un rituale, sacro, antico come gli uomini.

Roba seria.
Quanto sono lontani i piccoli uomini di casa, con le loro piccole leggi naziste e il loro terrore per la vita e le relazioni tra le persone.
In un bosco della Romania, dovevo venire, per ricordarmi di cosa faccio.

It’s all about putting people together.
Contro ogni possibilità, con tutte le forze possibili, con ogni mezzo necessario.

Non se ne esce in nessun altro modo.

Digital divide

Obama vince le elezioni via Facebook – qui in Italia sul “faccialibro” ci fanno le gag satiriche (quelli “di sinistra” tipo la Dandini ecc – che si sa, si autoproclamano quelli intelligenti) o le solite leggi censorie (quelli “di destra”… su cui cheparloaffà…). Ma non c’è problema, venti anni fa io viaggiavo a computer e games ed ero un disadattato preso parecchio per il culo, adesso la gente fa la fila per comprarsi l’ultimo gioco uscito o l’ultimo modello di console (e io nel frattempo mi sono anche un po’ annoiato… ormai gioco solo a RPG possibilmente di “universi” che amo, come StarWars).

Per lavoro sono andato in questi giorni nel cuore d’Itaglia, a Rieti.
Da Milano a Rieti ci vogliono almeno 6 ore di treno con vari cambi – altro che alta velocità e ponti sullo stretto e sticazzi, il cuore d’Itaglia è un posto (come tanti) che semplicemente non si può raggiungere.

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il nemico alla finestra

Fuori dalla finestra c’è Varsavia.

Il fluire continuo delle automobili sul viale Wiostarska (o come si chiama), accanto al muoversi lento, quasi impercettibile al confronto, delle acque della Vistola.
Potrebbe sembrare viale Corsica, o viale Forlanini – ma lo vedi, che qui tutto è pensato per essere più imponente, per schiacciare – anche se adesso tra i lampioni c’è un pannello pubblicitario dei Ferrero Rocher.

Varsavia nella memoria è l’altro, il nemico.
Il Patto di Varsavia.
Live in Pankow.
Socialismo e barbarie.

Varsavia è un posto freddo dove torno per la seconda volta nel giro di un anno. Se fai l’occhio a quelle enormità in cemento sgraziato, a quei ponti sporchi e arrugginiti, non è così diversa da casa. Non c’è più nessun nemico, qui, da anni.

Non c’è mai stato nessun nemico.
Non esiste, il nemico.

E’ una storia che ti raccontano, da tutte le parti, in tutte le lingue, per non farti guardare negli occhi le persone. E’ così chiaro, da qui…

Dall’isola…

Rieccoci alla base, spolveriamo il blog e ricominciamo a chiacchierare.
Dell’isola non vi dico niente, me la tengo tutta per me 😉

Dico solo che dall’isola (che sarebbe come dire, dalla Luna), l’Itaglia si vedeva lontana lontana. Un formicolare di omettini, omarini e omiciattoli sgomitanti per avere un posto in prima fila, e fighe d’ordinanza preoccupate di spuntare almeno il posto in ginocchio (anche davanti alla patta dei calzoni dei suddetti…) nella prima fila medesima.

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Da un’altra parte

Ieri sera mi son trovato in mezzo a un sacco di gente che non vedevo da tempo. Come dice il film, gente in quell’età in cui non sai se metter su famiglia o perderti per il mondo… – e chiacchierare sul terrazzo con gli amici è un ottimo modo per differire la scelta.

Io che come sempre finisco a fare l’anziano tra i giovinastri, per una volta non mi sono sentito nemmeno troppo a disagio. Pance, carrozzine, lavoro più o meno precario e più o meno “interessante”… la so già tutta, questa storia – da un bel po’.

Atmosfera tranquilla e rilassata di chi si riconosce negli altri. Uno stava a New York fino alla settimana scorsa, quell’altro lavora coi fondi europei, appena tornato da Malaga e andrà presto in Belgio, l’altro ha la fidanzata a Parigi, l’altra programma di iscriversi a una cosa in Germania e gli altri partono tra poco per la Francia, mentre altri ancora sono appena tornati dall’Islanda…

Non so se digrignare i denti schiumando e gridando che siamo diventati un branco di fighetti fottuti, o pacatamente sorridere accettando che le cose cambiano e questo non è jet-set, ma solo la dimensione normale di cittadini adulti e attivi dell’Unione europea, dentro al mondo globalizzato, che guardano l’Itaglia e la vedono per quel che è, un cazzo di paesone provinciale, ignorante e veeeecchio, prima che nell’età, nello spirito e nel cervello – dove cambiamento, novità, sperimentazione, sono parole bandite da non so più nemmeno quanti anni.
(Oddio, in ogni caso certe mosse da fighetti milanesi radical-chic sono innegabili, ci sono state – e rivoltano lo stomaco).

Ad ogni modo ogni tanto è bello rallentare e chiacchierare – ed è così raro che quasi non me lo ricordavo; non sembrava nemmeno di essere in Itaglia, con questa atmosfera rilassata senza essere casinista e caciarona, aggressiva e volgare a tutti i costi. Sembrano le cose che mi racconta Riccardo della Spagna, sempre il solito mio chiodo, una socialità normale, diffusa, gratuita e spontanea.

Eppure ci ha pensato il vicino, a ricordarci dove eravamo, quando a mezzanotte e mezza ci ha cortesemente, ma fermamente e ripetutamente invitati ad andarcene “affanculo da un’altra parte, dai”.

Mi viene sempre la stessa battuta, la stessa di “supergiovane”… ovviamente è molto più di una frasetta buttata lì, quando Abatantuono recitando il “matusa” dice, chi sei tu che disturbi la MIA pubblica quiete?

Si, andarsene affanculo da un’altra parte, è decisamente un’opzione.

L’italia vista dalla luna

sono a Malaga per lavoro…
sarà perchè sono passato direttamente da due mesi di pioggia e temperature sotto i 20 gradi, alla spiaggia di sabbia piena di ragazze in topless e sotto un sole che ammazza (si, ovviamente mi sono scottato…), ma sto meditando su questo salto in un altro mondo.

E allora mi è venuto in mente che voglio cercare di parlare di casa mia mentre sono in giro – per un problema di prospettive, che cambiano gli ordini di grandezza e di profondità.

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Ci sono notti…

Mi è capitato in questi giorni di andarmene un po’ in giro.
Niente di che, niente paesi caraibici o lontano oriente… ho semplicemente accompagnato a Bruxelles, a visitare il Parlamento europeo, una truppa di una ventina di ragazzi e ragazze intorno ai 20 anni.

Forse meno impressionati di quanto lo sarei stato io alla loro età, di prendere aerei per girare l’Europa – di fatto solo uno non aveva mai volato – e sicuramente molto più ben-abituati… in media, borse e trolleys ben più grandi e piene dello zainetto minuscolo che stava sulla mia schiena, con tutto quel che poteva servirmi per due giorni soli (e anzi come sempre qualche vestito si è rivelato d’avanzo).

Ma non volevo parlare di questo.

Volevo semplicemente raccontare di come, a sera, seduto sui gradini dell’ostello, è arrivata la consapevolezza di essere ancora e ancora lì, seduto al fresco sui gradini di un ostello di Bruxelles, appunto, per la… terza? quarta? volta della mia vita, in un arco di tempo che copre più o meno quindici anni – e come fai a non fare paragoni?

A parte le banalità, come il fatto di aver organizzato tutto da qui via internet, invece di sudare tra telefonate internazionali, cambi di valuta, orari europei dei treni, corse e code in biglietterie… – a parte queste piccole straordinarie trasformazioni, è chiaro che la più grande è quella mia, della mia faccia, del mio corpo, di quel che ho in testa.

Senza rimorsi, come ho subito scoperto srotolando il filo dei pensieri e dei paragoni, e mettendomi al cospetto di me stesso a vent’anni – in ogni caso nessun rimorso.
Con qualche rimpianto, certo, avrei potuto, se avessi saputo, se avessi capito, allora avrei fatto… ma credo che da questo non si scappi – anche se qui a volte pesano tonnellate, e sono un tarlo che scava.

Tra le tante cose guardate passare, ha colpito il fatto che tante porte si siano chiuse, tante opportunità siano scivolate via lentamente, senza che quasi me ne accorgessi, solo per il motivo di aver fatto (o non aver fatto) determinati passi, determinate azioni, determinate scelte… che poi è difficile considerare tali, dato che poche volte sono state frutto di decisioni razionali, e tantissime altre invece semplicemente risultati del quotidiano passare la giornata e affrontare quel che mi è venuto incontro.

Mi sono guardato intorno, da quel gradino di Bruxelles, tra la Chapelle e un fantastico skate park all’aperto, pubblico e autogestito, messo lì quasi con noncuranza eppure così smisuratamente diverso da qui, come la gente che si siede nelle aiuole o in piazza senza nessun problema… Ho visto un sacco di porte chiuse, per sempre, senza più chiave. E altre aperte, che non si vede dove portino.

Ok, andiamo.