Lo spartiacque.

Prima c’era stato il gran concerto di Manu Chao in piazza Duomo a Milano (mai più niente di simile in quella piazza fino ai giorni di Pisapia, che io mi ricordi…), e prima ancora decine di giornate di preparazione, di autofinanziamento, di organizzazione – tutti andavano a Genova. Tutti quelli che sentivo vicino, tutti quelli con cui mi era capitato fino a quel momento di fare anche brevi pezzi di strada: dai centri sociali agli oratori, dagli scout alle associazioni del consumo critico, dagli insegnanti ai collettivi scolastici, tutti andavano a Genova.

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You know, I’m bad – I’m bad…

Ok un personaggio icona del suo tempo, Michael Jackson.
L’unificazione della musica “black” con le altre, fino ad arrivare ad una sola hit-parade.
Il corpo, il ballo che irrompe in un business musicale dominato da chitarristi segaioli e predicatori pali-in-culo.

Ok la chirurgia plastica compulsiva, come in Brazil.
Una scimmietta ammaestrata in un business così tanto più grande di lui, da aver paura di pensare al suo equilibrio (?) mentale, in questa sproporzione. E poi la bellezza di aver (quasi) unificato le produzioni pop mondiali: adesso, la stessa munnezza per tutti, e state contenti.

Dimenticavo: schiarirsi la pelle da nera a… morta, una cosa che sulla gente di colore ha avuto un impatto devastante, molto più di quel che riusciamo a capire noialtri bianchetti.

Eppure.

Il video di Thriller, su DJ Television (credo…) un pomeriggio di seconda media, con la tele del salotto accesa dopo pranzo. Ipnotizzato.
Beat it
,  Quincy Jones e Van Halen.
Il suo concerto allo stadio della mia città, uno dei primi così grossi.
Il primo compact disc entrato in casa mia, regalato a mia sorella, il  disco Bad.

Ma se lo guardi, se lo ascolti, si scioglie in mano.
Copertina in pelle nera e chiodo? Video (girato da Scorsese…) in un sotterraneo malfamato? Ritornello “you know I’m baaaad – I’m baaad” con quella vocina?

Sarà che in quegli anni ho cominciato ad ascoltare Shabba Ranks – ma voi come cazzo avete fatto a crederci, a Jacko? Si sentiva l’odore di plastica già dai tempi dei tempi.

…who’s bad?

Unity, entry level.

Lavoro ad uno stand, in una iniziativa dentro il lazzaretto di Bergamo. Un chiostro grandissimo, con un bel prato curato nel mezzo: l’aria è subito quella di Monluè negli anni 90, quando era il movimento a organizzare incontri e concerti, e io ci passavo le notti con gli occhi spalancati, a respirare vita umana mentre intorno ci costruivano le gabbie per polli in cui siamo oggi.

Qui oggi sto tra stand di improbabili associazioni di volontariato a favore delle cause più impensabili, e tavoli di istituzioni che “ci devono essere”, ma naturalmente non gliene frega niente, e quindi delegano giovani stagiste in divisa che appena capiscono l’atmosfera subito si mettono a loro agio.

Scende la sera e la pioggia ci risparmia, resta una luce radente che se attraverso il prato mi fa vedere sagome senza facce, e forse proprio per quello tanto piacevoli da avere intorno, mentre dal palco un ripescato Finardi canta canzoni che una volta cantavo.

Tra le nuvole che si aprono, c’è la luna piena che si fa vedere, ed è tutto perfetto.

Uomini e donne che stanno insieme, che condividono uno spazio libero, con la musica che li fa galleggiare sulle stesse onde.

Serve a ricordarsi come mai ad un certo punto uno si trova dietro ai giradischi, e com’è che ci dedica così tanta energia, vita, passione.

Per ricompensa.

Where have all the flowers gone

Stamattina ho aperto gli occhi con un’atmosfera da anni 60, un sacco di gente e di musica, una consapevolezza generalizzata che qualcosa stava succedendo. La voce tagliente dei Nomadi (quelli veri, non la cover band che gira adesso…) diceva cose impegnative come:

Ma penso
Che questa mia generazione è preparata
A un mondo nuovo e a una speranza appena nata
Ad un futuro che ha già in mano, a una rivolta senza armi…

Prova a pensare a come è finita, quella generazione.
Quelli che più di tutti hanno detto scritto e cantato di voler rifare il mondo, guarda dove sono. Come sono finiti.

Ascolta cosa dicono di sè.
Quanto ancora la menano, come sono gonfi di parole.

Fammi cercare Pete Seegar… che poi può benissimo essere un altro della lista. Ma intanto:

Ps sul banjo c’è scritto: This machine surrounds hate and forces it to surrender…


tentare di tener lontano chi ti sta cambiando

Speakers da montare
uno sopra l’altro
prima di suonare, costruire il palco…

(per tutta la gente che si è commossa come me al concerto dei Casino Royale al Leoncavallo ieri sera.
anche se come sempre si sentiva di merda. Anche se questo. Anche se quello. Per chi sa questa storia.
E soprattutto per tutti quelli che non sono riuscito a incontrare e salutare di persona. Unity we deal with.)

Scusi prof

Ancora in una scuola, per lavoro.
In 3° D, il giorno dello sciopero; sono in classe in sette, senza prof: sette ragazzine di 15-16 anni che mi guardano come un marziano quando arrivo con la mia felpa gialla e l’anello al naso. Che ci fate, qui, mi verrebbe da chiedere. Dai, non infierire. Cominciamo.

– scusi prof…

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Le passioni tristi

E’ evidente, che da ragazzino ero un accanito fan di Vasco Rossi.
Se avete un minimo di idea delle sue canzoni, si vede subito fin dal titolo del blog.

Poi uno cresce, continua a rispettare l’onestà e la voglia di viversi la propria vita pestando la faccia sui muri in prima persona, ma prende altre strade, anche musicali. E così ho fatto, anche se ho occasionalmente ancora gioito della niente affatto scontata decisione di Vasco, di parlare anche del mondo intorno, dell’Itaglia, delle ipocrisie e delle terribili banalità di questo paese, e di come si vive guardandosi indietro…

Adesso leggo da Repubblica.it che da qualche tempo, i concerti di Vasco iniziano con la sua voce che legge questa frase:

“Il filosofo Spinoza diceva che chi detiene il potere ha sempre bisogno che le persone siano affette da tristezza. Noi siamo qui questa sera per portarvi un po’ di gioia”

Mi sembra una cosa fantastica, soprattutto perchè la prima parte viene dritta dal buon vecchio Baruch Spinoza, roba di quasi quattrocento anni fa, di uno che aveva capito parecchio.

[Baruch Spinoza]

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