…ancora, sempre Genova.

Tra poco arriva un altro anniversario.

Passato quello a cifra tonda, dell’anno scorso, questo poteva passare inosservato: e invece no, ci si sono messe le sentenze definitive, a illuminarlo a giorno come un incidente stradale. Con il morto insanguinato sempre lì, sull’asfalto col suo passamontagna e il rotolo di scotch infilato nel braccio. Con le sirene, il fumo, i lacrimogeni, le urla, i calci in faccia con gli anfibi, i manganelli tonfa sulle ginocchia e sulle costole. E una marea di gente, perchè quei giorni erano lo spartiacque e  c’erano tutti.

Non parlerò delle sentenze-farsa con cui (quasi) tutti i vertici della polizia italiana per l’ignobile vicenda della scuola Diaz sono stati condannati a… cambiare lavoro, e niente di più. Davvero pensavate che potesse andare diversamente? Queste condanne sono già tanto, anche se non valgono niente.

Invece voglio parlare di chi è finito a fare il capro espiatorio di tutto quello che è successo in quei giorni. E non per cavillare sulla requisitoria, o sull’ideologia nefasta che la impregna. O sulla sproporzione oscena delle pene comminate dai tribunali di questo paese, che in questi giorni è più che mai sotto gli occhi di tutti, tra chi ha spaccato vetrine e chi ha spaccato braccia e teste, per non parlare poi di chi (altrove) ha picchiato fino ad uccidere, come nel caso di Aldrovandi.

Io voglio parlare di vite delle persone.
Di chi dopo Genova è andato avanti, a cercare di raddrizzare il mondo e anche a vivere.
Chi ha messo su famiglia, ha fatto dei figli.
Eccoci qua, siamo noi.

Chi adesso di colpo viene teletrasportato ancora indietro, ancora a quei giorni assurdi di undici anni fa, senza più niente intorno, senza più nessuno nelle strade. Sembra il finale di Gli invisibili, sembra la canzone che gli AK47 ci hanno tirato fuori parlando di un’altra sepolta viva, Silvia Baraldini. O invece no, le strade sono ancora piene, piene di una rabbia che ogni giorno urla più forte. Perchè l’assurdità di quei giorni il suo segno l’ha lasciato.

E adesso c’è chi deve rimanere prigioniero di quella assurdità, per altri quattordici anni. Lì fermo come Han Solo nella grafite, mentre la sua bambina che è nata nel frattempo, cresce, impara a camminare, a parlare, a leggere, a scrivere, a disegnare, a sognare, ad andare in bicicletta, ad ascoltare certa musica invece di altra, ad innamorarsi, ad arrabbiarsi, a (non) digerire le ingiustizie, a ingoiare i rospi  – e suo padre è in prigione, ancora, sempre.

Se fossi io, potrei sopportarlo?
Perchè potevo essere io, eh. Poteva essere un sacco di noi.

A me manca l’aria, a pensarci.
E mi viene un groppo in gola, istantaneo, e le lacrime agli occhi.

Perchè certo, non lasciamoli soli, la solidarietà, e tutto il resto.
Ma 14 anni sono tanti, e dopo un po’ c’è altro da fare, e le cose sbiadiscono, e la gente resta in galera da sola.
Come quelli che sono ancora dentro dagli anni 70.  E non se li ricorda nessuno. Come la canzone degli AK47. In galera da soli, con i figli fuori condannati a crescere senza genitori, che ti vedono una volta ogni tanto alla visita, un pegno da pagare, un marchio di infamia da sopportare – o da portare in giro, se ci riusciranno, con fierezza – ma pesantissimo.

Adesso scrivete tutti che sono brutti e cattivi, e certo, sono i  blackblock che tutti cercavano. E poi hanno rotto le vetrine e non si fa. Quindi ecco, condanniamoli a essere sepolti vivi. Così imparano. E passeranno degli anni, prima di avere nuove canzoni e mobilitazioni per tirarli fuori, temo. Anni e anni, in cui ogni luglio sarà ancora, sempre il momento di Genova. E noi saremo qui, impotenti, a girarci delle parole tra le mani.

(Ps: l’immagine all’inizio è un manifesto che riprende le ultime righe di un post di WuMing4 sull’argomento, che ha suscitato un ricchissimo dibattito – che ovviamente potete leggere sul loro blog Giap).

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2 thoughts on “…ancora, sempre Genova.

  1. che qualcuno ci chiami in piazza. non possiamo lasciare passare ogni cosa. chi ci può chiamare in piazza? wu ming, i no tav, i centri sociali, associazioni, gruppi. cazzo, chiamateci!

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