iBooks, eBooks, textBooks… e gli insegnanti?

Come prevedibile, l’entrata di Apple nel mercato dei libri di testo e più in generale dei contenuti educational, presentata nel suo evento al Guggenheim della settimana scorsa, ha ri-scatenato il dibattito mai sopito, su come dovrebbe essere la scuola di domani – o meglio di oggi, per i cittadini di domani.

Oddio, forse scatenato è una parola grossa per l’itaglia, che è un paese dove ci sono ancora a piede libero professori di scuola superiore che rivendicano con orgoglio che “io il computer non lo so nemmeno accendere“, e poi si domandano com’è che le loro classi di 17enni non seguono più le loro lezioni (uguali a quelle di venti anni fa) come i 17enni di venti anni fa.

Però tanti nomi “grossi” ne stanno discutendo, e allora anche io, che non sono nessuno, direi la mia.

Intanto, i fatti: Apple introduce un nuovo software per Macintosh che consente di comporre ebooks, che punta in particolare sulla produzione di ebooks per la scuola multimediali interattivi come si deve, che si chiama iBooks Author, e che è distribuito gratuitamente. Ma… ovviamente il software è collegato a iBooks2, la piattaforma di vendita di ebooks di Apple: collegato vuol dire che tutto quello che esce da Author, finisce solo e soltanto lì – e può farlo in due modi: o gratis per tutti (autore, Apple e utenti), oppure a pagamento per l’utente, con il 70% del prezzo all’autore e il 30% ad Apple. O almeno io ho capito così, ma non è tanto questo il punto: funziona in modo simile anche su Amazon e con il Kindle, ma qui c’è la luccicanza del nuovo software gratuito di authoring in più.

Intanto, cominciamo a leggere i primi commenti degli utenti sulla pagina italiana dell’AppStore dedicata ad Author e su quella americana, e facciamoci due ragionamenti: in itaglia, i soliti fanboys che ripetono a macchinetta “rivoluzione” eccetera, in America invece commenti tecnici che chiedono di perfezionare il prodotto (ad esempio introducendo una compatibilità nativa con LaTeX…) e ci fan già capire che la distanza tra noi e loro è molto di più della larghezza dell’oceano. Quello (itagliano) poi che dice che il mac “diventerà il computer degli editori”, cosa vuoi… forse ha vissuto su un altro pianeta negli ultimi 30 anni, porello.

Ma in ogni caso, ci sono degli scenari che prendono corpo da questa mossa di Apple, che una volta di più si propone come trend-setter dell’interazione tra la (sua) tecnologia e la (nostra) vita quotidiana – toccando questa volta un tema nevralgico come l’istruzione. Già alla presentazione dell’iPad, qui si parlava di ebooks come uno dei contenuti che avrebbero prima o poi cambiato pelle grazie al nuovo tablet, e delle limitazioni pericolose e spiacevoli, insite nel rapporto simbiotico ed esclusivo tra l’hardware Apple e le piattaforme di vendita e distribuzione dei contenuti (musica, film, apps, libri) Apple. E dai e dai, ci siamo arrivati.

Gli scenari sono quelli descritti da Luca De Biase: da un lato lo svincolo di un altro segmento di contenuti digitali (in questo caso i libri) dall’elefante delle major, e la possibilità messa in mano ad autori “indipendenti” di raggiungere coi loro testi un pubblico vastissimo, guadagnandoci  pure più di prima (se vogliono). Dall’altra parte, il monopolio di questa diffusione, e una legittima domanda su quanta “indipendenza” sarà diffusa poi nei fatti da Apple sulle sue piattaforme di vendita: mai come sui libri di testo si possono prevedere guerre ideologiche o religiose, e il buonismo della Mela di solito in questi casi censura prima e poi casomai ragiona dopo.

Insomma la mossa di Apple lascia perplessi da tanti punti di vista: oltre alla clamorosa chiusura di questo suo sistema, con una licenza capestro ben analizzata su Venomous Porridge, e ai conti in tasca che dovremmo fare alla Mela sul mercato dei tablet e gli “sconti” educational per scuole e studenti, analizzati da eDue, mi interessa soprattutto la serie di post di Alessandro Miglio, dall’eloquente titolo Tablet ed ebook, studente perfetto (?) (e in particolare la seconda puntata dedicata proprio a questi discorsi).

Certo noi viviamo in un paese di ignoranti digitali, che come tutti gli ignoranti amano fingere di saperne, riempiendosi la bocca e le dichiarazioni di parolone, slogan da yuppie fuori tempo massimo che parlano di scuola app, imparare social e altre puttanate che mi fanno correre la mano alla fondina, mentre la realtà come ben sottolinea Miglio è fatta di tagli all’istruzione e acquisto di aerei cacciabombardieri F-35 (su cui scrive cose illuminanti Mazzetta).

Eppure non rinuncio a sognare una scuola in cui insegnanti capaci producano (come parte del loro lavoro… perchè anche i contenuti user-generated si pagano!) dispense e testi digitali ben fatti, e facciano lezione partendo da quelli, a studenti che sono messi in grado di fruirne usando hardware non lussuoso e/o dato in dotazione dalla scuola stessa… perchè i libri di testo su carta sono un fossile vivente, e non solo perchè generazioni di nativi digitali (…) non si trovano a loro agio nell’adoperarli (fosse per quello, sarebbe un’occasione di apprendimento ulteriore, anzi) – ma per  il mondo che c’è dietro: le case editrici monopoliste, i diritti d’autore eterni, le riedizioni con dieci pagine in più o in meno per ammazzare il mercato dei libri usati,  i prezzi spropositati per testi che in molti casi sono stati composti 20 anni fa e poi ristampati sempre uguali o quasi, magari aggiornando giusto le foto o qualche capitolo qua e là, e tutto quello che sapete.

Non sono nemmeno tanto cieco da non vedere i rischi del monopolio: sia le questioni legali sulla proprietà del lavoro degli autori (ne parla ArsTechnica) che i problemi di tipo politico: testi rifiutati perchè giudicati scorretti (magari perchè contengono un capitolo sui morti nelle fabbriche Apple in Cina…), testi che si possono leggere solo su hardware che costa un occhio della testa, testi tanto belli e luccicosi ma di poco spessore e poco capaci di stimolare il senso critico di chi li usa…

Eppure mi sento attratto, da questa prospettiva di cambiamento: forse da qui potrebbe partire un’alternativa, che superi Apple a sinistra con software di qualità che rilascino contenuti liberi (in creativecommons, ad esempio…?) , che diffondano contenuti svincolati da piattaforme di distribuzione proprietarie, e anche da hardware proprietari – a maggior ragione se tablet, che come  ha spiegato bene Cory Doctorow all’ultimo congresso del CCC, sebbene comodi e maneggevoli sembrano proprio strumenti progettati per chiudere a chiave certe libertà troppo diffuse dai pc e dal loro vizio di eseguire qualsiasi software gli carichi, compresi quelli liberi, gratuiti e senza padrone.

Però stiamo continuando a parlare di strumenti, e non parliamo del loro senso in relazione al loro uso; è la solita tecnolatria, il feticismo digitale dei Wu Ming. Dove stanno, in questi discorsi, gli insegnanti?

Io li vedo a comporre dispense digitali, come dicevo – anzi, ne vedo una piccola parte; gli altri, li vedrei bene a zappare o nelle risaie, ma questo è un altro discorso.  Il punto è quello che coglie Elena Favilli col suo post su Rinoceronti: lei parla apertamente di un ERRORE di Apple – non servono altre strutture per distribuire contenuti. Potrei far notare che qui si tratta anche di strumenti per l’authoring, ma non sottilizziamo: il punto (e qui son d’accordo con lei al 100%) è che

non basterà qualche contenuto multimediale in più a riportare la scuola nell’unico orizzonte in cui può tornare ad avere un senso, la rete.
Internet ha proiettato fuori dalle mura scolastiche tutte le discipline del sapere, e continuare a tentare di incorniciarle dentro metodi di apprendimento già superati non potrà portare molto lontano. Apple non ha indicato il futuro questa volta. Gli insegnanti che con la rete già lavorano lo sanno bene. Mai come oggi c’è stata una tale quantità disponibile di contenuti per imparare. E il problema di chi insegna non è avere modi più semplici per pubblicarli – quello semmai è un problema degli editori – ma avere un modo più semplice per trovarli, riconoscerne la qualità e poi condividerli.

Il post si chiude con un invito che da queste parti scatena ghignate scomposte: gli insegnanti devono diventare dj. 

In realtà si tratta di una considerazione molto alta della stimata categoria – dall’interno lo posso dire con qualche certezza 🙂 – al netto della paraculaggine che pure spopola: in effetti scegliere, selezionare e mescolare contenuti appropriati, collegati e possibilmente d’impatto, sorprendenti, divertenti, sarebbe la ricetta giusta della nobile e antica arte della puntina e del giradischi – se non fosse che anche qui tablet e dintorni hanno convinto tutti che sia facilissimo fare il dj: bastano quattro hit rimasticate messe a tempo in automatico dal software, ed ecco fatto. Ma senza content curation, senza esperti che scelgano contenuti autorevoli,  innovativi o significativi, siamo in balìa dei lustrini degli strumenti “rivoluzionari” che ci fanno felici come in Brave New world – che cito una volta ancora come il vero libro profetico sul nostro tempo, magari associandolo sulla scorta di Miglio ad Amusing ourselves to death (e allora, visto il sottotitolo di questo blog, anche al monumentale disco di Roger Waters ispirato a questo libro…). Se non lo conoscete, eccovi una sintesi a vignette del libro di Postman – e la title track del disco dell’ex-Pink Floyd.

E sia, troviamo gli insegnanti-dj: insegnamogli a cogliere molteplici suggestioni da un mondo molteplice, a selezionare e mixare (a tempo, per favore…) tenendo un occhio alla reazione dell’audience, e l’altro al mettere in fila un crescendo che trascini e coinvolga. L’ha scritto anche il Sole24Ore (oddio…!), che il modo giusto è questo. E l’ha scritto in qualche maniera anche il nuovo viceministro all’istruzione, in itaglia, che per una volta incredibilmente è uno che ne sa, uno che si chiama Marco Rossi Doria e aveva fatto questo bellissimo intervento in un convegno su scuole e formazione.

Ma dopo che l’abbiamo scritto, guardiamoci in faccia: ci crediamo? Non siamo in Danimarca, dove ci sarà del marcio ma sulle scuole fanno i numeri – siamo nel paese dove un piazzista di battitappeti ha convinto tutti ad annuire seri e ammirati ai suoi slogan sulle TRE  I come nuovo approccio alla scuola…

Se avete dei figli a scuola, pensate ai loro insegnanti;  se avete amici che lavorano nella scuola, pensate ai loro racconti sulla carta igienica e il gesso che mancano, sulle LIM comprate dal Ministero (da chi? per quanti soldi pubblici?) e regalate alle scuole che però non possono pagare la manutenzione quando si rompono…

Io ce li ho avuti, degli insegnanti dj: gente che mescolava TS Eliot con Lucrezio, Leopardi coi Pink Floyd e Dante con Montale, per dire… C’era da faticare, a stargli dietro – ma si volava altissimi, ogni volta, ed era una magia. E poi ho avuto anche degli insegnanti normali: coi difetti di pronuncia, con lezioni patetiche e sempre uguali, con l’ansia dell’autorità e del potere. Incapaci di cogliere il molteplice del mondo, chiusi nei loro piccolissimi orizzonti di impiegati della conoscenza.

Perchè tutto questo dibattito sull’educational digitale prescinde da questa gente? E’ una rendita di posizione intoccabile come quella di avvocati, notai e taxisti? O non sta bene, dire che se la scuola italiana è quello che è, in parte sarà anche colpa del materiale umano scadente che la affolla? Riempire il digital divide degli insegnanti era obbligatorio 20 anni fa, e forse allora ci si poteva anche riuscire. Ma oggi? Io ci provo, ci lavoro su queste cose e quello che incontro è abbastanza incredibile. E adesso, che penso a mio figlio che andrà a scuola, mi viene paura per davvero.

Dove sono oggi, questi insegnanti dj? dove suonano, se uno vuole andarli a sentire?

[il discorso sugli ebook non finisce qua, tra l’altro, eh.]

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3 thoughts on “iBooks, eBooks, textBooks… e gli insegnanti?

  1. Pingback: Se la Apple diventa editore, a costo zero, e si butta sul mercato della scuola… | Mondi digitali: nuove frontiere dell'editoria

  2. Pingback: Un tablet per ogni studente? La Apple tra iPad, iBooks e editoria… | Pagina Tre

  3. Tanto per dire che continuo a pensare a questo argomento, e sto covando un secondo post sugli ebook in generale, intanto vi butto due risorse interessanti:

    1. articolo su Internazionale di Nicholas Carr che chiede copia digitale gratuita quando si compra un libro cartaceo – come già succede ormai per film comprati su blueray e dvd: http://www.internazionale.it/?p=82333 qui c’è l’originale in inglese: http://www.roughtype.com/archives/2012/01/why_publishers.php

    2. il dibattito sul blog dei WuMing successivo all’aggiornamento della loro offerta gratuita sul sito di tutti i loro libri in versione ebook: http://www.wumingfoundation.com/giap/?page_id=6338 e la successiva discussione (a 360° su ebooks, readers ecc) su identi.ca : http://identi.ca/conversation/90368494#notice-90587820

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