Sparatoria a senso unico.

Una sparatoria, sono delle persone che si sparano tra loro.

Se esci di casa con una Smith & Wesson 3.57 magnum, vai due volte in un mercato di Firenze e apri il fuoco sugli ambulanti africani, non è una sparatoria. E’ proprio un’altra cosa.

Del resto, è di pochi giorni fa l’altro bel caso che illumina di luce natalizia questa bella itaglia: a Torino una notizia falsa, condita e urlata dai giornali (in questo caso dalla Stampa, quella che ha tra i suoi giornalisti gente come Massimo Numa) che puntuale sfocia in un bel pogrom di natale, con il campo nomadi che va a fuoco, le solite insopportabili dichiarazioni degli smidollati politically correct (Fassino e via svaporando…), e nessuno che sappia riconoscere un minimo di responsabilità (materiale o morale) propria, in quel che è successo. E nessuno che chieda scusa.

E dietro al pogrom di Torino, in trasparenza, l’esemplare vicenda della ragazza che ha dato il via a tutto denunciando il falso stupro per coprire il fatto che non era più vergine – e il motivo è che “a queste cose in famiglia ci teniamo”. E se anche non sono veri i periodici controlli della sua verginità (come gli integralisti islamici in Sudan, noto a margine…) è già sufficiente a lasciarmi senza parole il sistema di valori che traspare da questi discorsi. Ma invece le parole ci sono e vanno tirate fuori.

In itaglia c’è l’apartheid. In itaglia c’è il razzismo. In itaglia c’è una forma di microfascismo, che con leggerezza è diventata senso comune e barzellette in tv e articoli di giornale e substrato culturale per giustificare un pogrom che attraversa una città per dare fuoco a un campo nomadi o un fascista che spara sugli ambulanti africani al mercato.

Dietro c’è un preciso e accurato lavoro culturale. Come quello che faceva l’assassino di Firenze, coi suoi articoli, i suoi libri e le sue conferenze per Casa Pound – che oggi ovviamente fa finta di non conoscerlo: sempre pieni di coraggio, i camerati, eh.

(Tra l’altro, da qualche tempo si lavora per cancellare una schifezza culturale [popolare] tutta itagliana, ossia l’assunzione del mondo fantasy (da Tolkien in poi) alla destra fascista, la contiguità tra alcuni scrittori e intellettuali di quel mondo e la destra fascista, e a cascata l’infiltrazione di elementi di destra estrema nella cultura popolare successiva (300 – più il film che il fumetto – è un esempio perfetto, per dire). Ci stanno lavorando soprattutto i soliti WuMing con diversi interventi sul loro Giap, e lì vi rimando. La bella scoperta è che l’assassino di Firenze c’era dentro fino al collo, in questa schifezza culturale itagliana).

L’assassino di Firenze si è suicidato – oppure l’hanno ammazzato i poliziotti ma hanno raccontato questa storia per evitarsi un sacco di menate, ma insomma chi se ne frega. E poi quasi per dimostrare che è tutto sotto controllo, il giorno dopo hanno arrestato (a Roma, non a Firenze…) cinque del gruppo fascista Militia – tra cui il solito Boccacci. Ma il problema è che per troppo tempo si è fatto finta di niente, su questo argomento. Guardatevi Razzisteria, per restare in Toscana. E poi leggetevi anche Fascisteria, magari.

E poi c’è un altro problema, in questa itaglia l’informazione è una consorteria di servi leccaculo che prima spargono a piene mani paura, disprezzo, razzismo, apartheid, e poi fan finta di niente e la buttano in cronaca nera. Qualcuno si sarà sentito un minimo in colpa, per quel che è successo a Torino? Qualcuno avrà pensato che quel che è successo a Firenze è collegato anche ai titoli e agli articoli che ogni giorno spara per mantenere in erezione l’audience o le copie vendute dalla propria testata?

No, io penso di no.

Perchè di queste cose non frega un cazzo a nessuno. Certo, siamo sotto natale, quindi indignarsi viene anche facile e fai pure bella figura. Ma senza esagerare, come dice bene Mazzetta. E con una bella risata, mentre ti fai l’aperitivo anti-islamico nel Bar Padano anti-rom/ani.

Perchè l’itaglia è questa qua, che racconta Blicero.
E non da ieri o dalla settimana scorsa.

Da anni. Da quindici anni abbondanti.
Di semina e di raccolto.

E anche star qui a scriverne, serve a poco. E’ ora di dire basta, e di cambiare le cose.

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