London calling

Inizia sempre come un flash di cronaca: scontri in qualche sobborgo per una qualche precedente violenza, spesso imputata alla polizia. Che ovviamente subito smentisce con dovizia di prove.

Poi si allarga, quartiere dopo quartiere. E cresce, da sassaiole a saccheggi, devastazioni, incendi, scontri di piazza, mentre le prove schiaccianti della polizia sulla propria innocenza di solito vengono smontate. Ma tanto chi era interessato, lo sapeva già da prima.

Poi partono i giudizi e  le condanne: la violenza non va bene, e i saccheggi poi sono addirittura immorali. Dimostrano che si tratta di “semplici criminali”, gentaglia, disperati senza obiettivi e senza strategie, che pensano solo a riempirsi zaini e carrelli di vestiti e tecnologia rubati.

E infatti è così. Sono sempre disperati, senza obiettivi e senza strategie. Lo sono sempre stati. Da quanto tempo?

Mentre guardo le immagini di questi giorni di scontri a Londra, io penso a Rodney King e a South Central Los Angeles che inaugurarono gli anni 90. E WuMing5 giustamente ricorda, tornando in UK, gli scontri a Brixton nel 1981 e poi nel 1985. E se volete attaccare altre tessere al domino, possiamo andare indietro ancora e ancora. Mette le vertigini, pensare quanto.

In ogni rivolta come questa, si muovono persone disperate, senza strategie. Di solito molto giovani. Per questo in ogni rivolta come questa ci sono dentro un sacco di cose. L’attacco “ideologico” ai simboli dell’oppressione, polizia e banche, oggi sta insieme al saccheggio dei negozi di streetwear dei marchi più fighi, o all’assalto dei magazzini di hifi ed elettronica, da cui escono bande con carichi di mega-tv ultrapiatte, pc portatili, lettori mp3 e tablet. E fino a qui, onestamente non ho grandi problemi – perchè per lunga frequentazione so bene che per ogni ghetto-boy di qualsiasi quartiere dormitorio di qualunque metropoli del pianeta, non c’è niente di più necessario di questo “superfluo”, che serve a lavar via il marchio di infamia, di non potersi permettere mai niente del genere in tutta la sua vita. Certo non si va molto lontano, in questo modo, ma non mi scandalizzo nemmeno.

Però vedere i negozianti turchi di Hackney scendere in strada coi bastoni per difendere i loro negozi dai saccheggiatori, in quelle strade in cui camminavo a fine anni 90 sentendomi nell’ombelico del mondo, non mi lascia indifferente. Così come non posso far finta di niente vedendo immagini di palazzi in fiamme, che vuol dire case e pochi o tanti averi al loro interno, che vanno in fumo, e vite che rischiano di fare la stessa fine.

Stasera a Londra ci saranno sedicimila agenti in strada. Hanno richiamato i volontari della riserva, non ci sono più celle disponibili, il numero degli arresti ha raggiunto quota 500. RIM, produttrice dei Blackberry attraverso la cui rete interna circolavano in questi giorni appelli e inviti al riot, ha annunciato in pratica che d’ora in poi farà la spia.

Le fiammate sono intense ma durano poco. O succede qualcosa di diverso, oppure sta già per finire tutto.

Resterà più o meno come prima, nei ghetti di Londra: razzismo pesante, classismo ancora più pesante, indici di disoccupazione giovanile spaventosi, povertà ed emarginazione, ogni possibile forma di sostegno e welfare cancellata da anni di tagli e di ideologia liberista feroce. Nessuno si chiederà com’è che questi ragazzini ci provino così tanto gusto, a distruggere i quartieri dove sono nati e cresciuti – come se fossero gabbie dove sono rinchiusi. E tutti torneranno a dimenticarsene, fino alla prossima fiammata, quando come stavolta gli onesti cittadini chiederanno a gran voce legge e ordine, e pugno di ferro.

Però resterà anche, nelle teste di qualche ragazzino, la frase che si giravano i blackberry: police can’t stop this. E l’esperienza, la prova provata che, alla fine, è vero: non si può fermare la gente nelle strade. Al massimo si può fare in modo che la fiammata si esaurisca col minor danno possibile.

Ma se fai uno zoom verso l’alto, è un continuo di fiammate che illuminano la mappa del nostro mondo, o almeno le due sponde del mare nostrum e dintorni. L’antropologo francese Alain Bertho si prodiga a segnalarle su twitter, a ritmo quasi quotidiano.

In altri riot per le strade di Londra, dentro a V for Vendetta, il protagonista mascherato guardandosi in giro commentava: “questa è solo l’era del prendi e arraffa.  Anarchia significa senza capi, non senza ordine. Con l’anarchia giunge l’era dell’ordinus, l’ordine vero e spontaneo”. Ogni volta che guardo immagini come queste, cerco di spegnere il solito vecchio istinto di parteggiare, e di pensare se quel che vedo è un punto di arrivo o un punto di partenza.

Mi sembra che anche stavolta non si andrà lontano. Ma tutto può succedere, anche l’inaspettato.

Come nella piazza della Liberazione al Cairo, dove è iniziata una rivoluzione che sta continuando con fatica, con tanti intralci e contraddizioni, nonostante da noi l’abbiano data per finita col cambio di regime. E quando mi ritwittano una riga così, penso che almeno la curiosità per il richiamo che arriva da Londra, è ancora giusto tenerla:

tutti bravi a sostenere le rivolte in egitto, tunisia, poi quando vi succedono sotto casa volete lo stato di polizia

Tue Aug 09 09:50:23 via web

 

Edit:
Ovviamente lo so anche io, che in nord Africa è andata molto diversamente. Ma sottolineerei anche che, se la differenza che maggiormente viene percepita è il rispetto della proprietà privata, modestamente e onestamente, mi sembra una differenza di poco conto.

Quello che conta, e quello che tanti rimproverano ai rioters anche in UK, è la presenza o la mancanza di una prospettiva. Rebels with a cause piace di più, per restare con le canzoni. Io la prospettiva, come ho detto, non la vedo. Ma continuo ad osservare. ok? 😉

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4 thoughts on “London calling

  1. un po’ di risorse online:

    foto di apertura: http://www.ilpost.it/2011/08/09/lo-scatto-piu-drammatico-degli-scontri-di-londra/

    effetti collaterali degli incendi sulle etichette indipendenti inglesi: http://www.lesinrocks.com/musique/musique-article/t/68686/date/2011-08-09/article/emeutes-a-londres-lindustrie-anglaise-du-disque-part-en-fumee/

    socialmedia negli scontri e sui nostri media mainstream: http://ilnichilista.wordpress.com/2011/08/09/londonriots-i-social-media-e-gli-scontri-a-londra/

    le domande che i media non si fanno: http://www.versobooks.com/blogs/650-why-its-kicking-off-in-london

    -> di quest’ultimo segnalo soprattutto il finale:

    In one NBC report, a young man in Tottenham was asked if rioting really achieved anything:
    “Yes,” said the young man. “You wouldn’t be talking to me now if we didn’t riot, would you?”

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