Lo spartiacque.

Prima c’era stato il gran concerto di Manu Chao in piazza Duomo a Milano (mai più niente di simile in quella piazza fino ai giorni di Pisapia, che io mi ricordi…), e prima ancora decine di giornate di preparazione, di autofinanziamento, di organizzazione – tutti andavano a Genova. Tutti quelli che sentivo vicino, tutti quelli con cui mi era capitato fino a quel momento di fare anche brevi pezzi di strada: dai centri sociali agli oratori, dagli scout alle associazioni del consumo critico, dagli insegnanti ai collettivi scolastici, tutti andavano a Genova.

E anche in quel mondo spezzettato e litigioso che ci ostiniamo a chiamare sinistra, tutti andavano a Genova. Tranne, va beh, i DS di D’Alema, che non si erano fatti mancare un’occasione ennesima di litigio e divisione interna, dicendo in sostanza, e spesso ben impettiti, che quel G8 l’avevano organizzato loro prima di perdere le elezioni e di rimandare Berlusconi al governo, e quindi non aveva alcun senso andare a contestarlo. Fino a dare una tardiva adesione, per poi ritirarla il giorno dopo, alla morte di Carlo Giuliani. Con scene di oggi-astri-nascenti del partito, che tiravano giù i propri militanti dai treni. Ecco: questa attrazione pericolosa verso il neoliberismo di G8, Fondo Monetario Internazionale e avvoltoi vari, dura ancora da quei giorni… e non mi capacito di come possa essere giustificata. Le risposte oggi toccherebbero al PD, e non le vedo proprio.

Tutti andavano a Genova: tutti quelli che avevano già capito, dieci anni fa, che la globalizzazione  neoliberista è la personificazione di quello che non va in questo mondo, in cui i capitali e le multinazionali hanno campo libero, mentre le persone e le idee sono inseguite dalla polizia. E andavano a Genova anche tutti quelli che avevano visto le scene degli scontri di Seattle e si erano accorti che anche negli Stati Uniti (lontanissimi, diversissimi da oggi, prima dell’11 settembre che aspettava dietro l’angolo… ma pur sempre, ancora, gli amerikani della Nato e della Guerra fredda) c’era chi lottava e si muoveva per gli stessi obiettivi. E che da oltreoceano non arrivava solo il grunge delle camicie a quarettoni o la musica di Pearl Jam e Nirvana e Rage against the machine, ma anche segnali e pratiche che indicavano una strada.

Su quella strada ci si era messi in cammino, e dieci anni fa in questi giorni, tutti andavano a Genova. Tutti tranne me, che ero chiuso in casa, pieno di antidolorifici che mi sbattevano giù come un tossico, con due ernie del disco da mettere a posto e una rabbia smisurata,  perchè mi stavo perdendo il punto di arrivo di dieci anni di cose fatte, di impegni presi, di passioni messe a frutto in tutti i modi che mi erano venuti in mente.

Il 19 luglio, dieci anni fa esatti, la prima manifestazione a Genova : quella dei migranti, conclusa con il concerto di Manu Chao in piazza – e i clandestini di mezzo mondo a saltare e festeggiare il fatto di r/esistere, a dispetto di frontiere e questurini. I racconti degli amici da lì, al telefono, erano esaltanti. Un mondo diverso era ancora possibile, il pomeriggio del 19 luglio – nonostante i lugubri presagi di scontri e mazzate, anticipati dalla costruzione della zona rossa, dall’irrigidimento delle dichiarazioni del nuovo ministro dell’interno Scajola e dell’intero nuovo governo Berlusconi, dalla blindatura di una intera città, e dalla (evitabile) dichiarazione di guerra letta in tv dalle Tute bianche di Casarini in risposta a tutto questo, subito mal interpretata da tutti i media. Anzi ero andato a letto, dopo aver spento l’infinita diretta di radio Popolare, con il pensiero ottimista che il giorno dopo sarebbe andato tutto bene.

Invece il 20 luglio fin dal mattino la radio rimandava notizie di gruppi che assalivano il carcere, le banche, i negozi – e di una reazione generalizzata e insolitamente violenta dei carabinieri, che finiranno per assalire e bastonare a sangue le parti più inermi del corteo, evitando accuratamente di intervenire invece dove c’erano i focolai di scontri e danneggiamenti, causando un panico generalizzato, dimostrando una totale mancanza di organizzazione e di capacità di gestire l’ordine pubblico, e finendo con una caccia all’uomo gratuita che ha rivelato una volta per tutte che razza di persone siano quelle che giurano di rispettare e far rispettare le leggi di questo paese.

Era già lì, lo spartiacque dei giorni di Genova. Tra le signore dei gruppi d’acquisto equosolidali con le mani alzate dipinte di bianco, e i carabinieri che le prendevano a calci con gli anfibi. La gratuità, la soddisfazione dei comportamenti violenti che sono stati scaricati addosso a quel corteo dai personaggi che da allora mi è definitivamente impossibile chiamare “forze dell’ordine”, era già una definitiva demarcazione tra un prima e un dopo.

Ma è ovvio che lo spartiacque vero è stato la pallottola in faccia a Carlo Giuliani.

Ancora oggi quel corpo insanguinato, schiacciato dai blindati dei carabinieri, lasciato lì a spargere sangue sull’asfalto, divide.
Ci sono quelli che subito ti fanno notare che stare con un estintore in mano dietro un mezzo dei carabinieri non si fa. E in effetti non è un comportamento normale – ma bensì una cosa che succede nel mezzo degli scontri di piazza più violenti dei tempi nostri. Ma poi, è pieno ancora, ci sono proprio quelli che dicono che gli sta bene, un delinquente in meno, uno a zero per noi, e merda fascista varia. E poi quelli che pensano semplicemente a quel ragazzo, che oggi avrebbe 32 anni e magari avrebbe messo su famiglia, fatto dei bambini – e invece per sempre resterà ostaggio della retorica scontrista di un branco di chiacchieroni col culo al caldo. Come i capi delle tute bianche di allora, per esempio, che vi invito a ritrovare oggi. E via poi con le in/evitabili canzoni dei cantanti di sinistra, con un pezzo sicuro per il disco nuovo, e con un fantasma che da allora riempie ogni corteo che minimamente alzi la testa. Tutti noi, abbiamo detto la nostra su quel cadavere, e abbiamo litigato con qualcuno parlando della sua morte.

Da lì in poi, a Genova succedono cose inconcepibili. Dopo una notte terribile a discutere se fare il corteo finale, o ritirarsi  e lasciare l’ultima parola al colpo di pistola dei carabinieri, il movimento decide di andare in piazza anche il 21 giugno come previsto. A quel punto è ovvio che chi è lì vuole vendetta. Anche io, bombato di farmaci e incerto sulle gambe, passo una notte a telefonare alla donna che oggi è mia moglie e a litigare, finchè non si mettono in tre a convincermi che a Genova conciato così non ci posso andare. Perchè la vendetta la voglio anche io, e quel colpo di pistola è scoppiato in faccia anche a me, come a tutti quelli che andavano a Genova a dire che un mondo diverso era possibile – anzi di più, necessario, e che era ora di costruirlo tutti insieme.

In un inferno di scontri diffusi e (mal)organizzati, radio Popolare riporta ancora in casa mia le grida dei feriti, e io passo il pomeriggio a mandare sms a chi è lì, raccontando almeno dove non è il caso di andare, dove sono gli scontri peggiori, dove vengono fatti gli arresti di massa. Polizia e carabinieri a questo punto stanno proprio togliendosi delle soddisfazioni, poi sapremo che la catena di comando  è saltata completamente, che uomini di AN (anche l’allora vicepresidente del consiglio Fini, dicono i rumors…) si aggirano nella sala comando, e che insomma non manca niente dei soliti scenari italiani da sudamerica: compreso il gran finale, con gente arrestata fin dentro gli autogrill dell’autostrada, e deportata nella caserma di Bolzaneto, sottoposta a torture fisiche e psicologiche (ma il nostro paese all’avanguardia non contempla questo reato – e per questo motivo è puntualmente segnalato nei rapporti di Amnesty international sulle violazioni dei diritti umani…) e soprattutto con l’assalto alla scuola Diaz, che sarebbe il centro stampa dei manifestanti, e la macelleria messicana compiuta in quei locali col pretesto di arrestare i black bloc – con tanto di prove false che poi spariscono durante i processi, eccetera. I carabinieri assaltano una sala stampa, e già ce ne sarebbe abbastanza per far esplodere l’opinione pubblica di ogni paese civile.  Col pretesto di molotov poi dimostratesi prove false (messe lì ad arte dagli agenti, e poi scomparse nel corso del processo…) i carabinieri e la polizia massacrano giornalisti e attivisti di mezzo mondo, spaccando denti e costole, facendo sparire per ore e ore persone spostate arbitrariamente in giro per le carceri di mezzo nord Italia. Il corpus di testimonianze di questa prima tragedia globale è sterminato, i documenti sui processi e sulle violenze si accumulano da dieci anni sul web e continuano sistematicamente ad essere distorti dai media, per i quali i colpevoli, i cattivi, i violenti sono sempre e comunque quei tanti o pochi black bloc che hanno bruciato le macchine e spaccato le vetrine.

Nessuno ha detto una parola sui carabinieri condannati ma promossi. Sui loro capi condannati ma mai rimossi dalle cariche di comando. Sulle violenze fisiche e psicologiche che hanno segnato una generazione. Sulla paura, sul terrore, sul dolore lancinante di ossa spaccate e occhi tumefatti.

Niente può essere come prima dopo Genova.
Ma dopo dieci anni tutti stanno facendo finta di niente, e neanche le opposizioni più radicali in realtà fanno più di tanto rumore, ricordando i giorni in cui la fragile democrazia italiana è finita definitivamente.

C’è un prima e un dopo, di quei giorni.
C’è un dentro e un fuori, tra chi si preoccupa di elencare i cattivi comportamenti di una parte di manifestanti e chi si dispera per la smisurata violazione di ogni diritto avvenuta in quei giorni da parte delle persone a cui tutti paghiamo lo stipendio in nome di quello stesso diritto.

Senza giustizia nessuna pace, si diceva e si cantava e si scriveva sui muri.
Anche adesso, dieci anni dopo, stanco e pieno di sconfitte e di compromessi, pensando a quei giorni spartiacque non riesco a non ripetere quelle parole.

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One thought on “Lo spartiacque.

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