Ma non è la fine del berlusconismo.

Per la prima volta in vita mia sono andato a festeggiare un’elezione. Ho passato la serata  in piazza Duomo, ho guardato in giro sorridente. Ho letto decine, centinaia di tweet e di post su facebook, articoli sui giornali di mezzo mondo. Non vivo a Milano, Pisapia non è il mio sindaco, eppure sono soddisfatto.

Agli amici che anche giustamente fanno notare che prima di esultare, vorrebbero vedere il metrò funzionare tutta notte, i palazzinari messi in condizione di non nuocere, i mezzi pubblici raddoppiati e il traffico dimezzato, ho detto che una sera di festeggiamenti ci sta. E lo penso: ci sta proprio.

Se non altro, perchè questa è la festa che non ho avuto nel 1993, quando per l’ultima volta ho partecipato a qualcosa che aveva a che fare con la politica ufficiale, seppur dal mio punto di vista già pieno di dure critiche (anzi… pure più di oggi. Avevo 20 anni!). La riconciliazione con il me stesso che guardava a bocca aperta la compagna di università figlia dell’alta borghesia milanese, lesbica dichiarata e militante, che però candidamente diceva, “ovviamente voto per Formentini” – e non scherzava affatto. Un respiro finalmente, al me stesso sempre in giro che nemmeno un anno dopo in una piccola sala pubblica che si chama Sala Maddalena, vedeva trasformarsi un incontro con Gabriele Salvatores per parlare dei suoi film, in una assemblea permanente da incubo, fino a notte fonda, mentre man mano arrivavano i risultati elettorali che avrebbero messo quello là al posto dove sta ancora oggi, quasi venti anni dopo.

E non mi sembra affatto casuale, che qualcuno di quelli che erano lì con me se ne ricordi, di quella notte, proprio adesso.

Nessuno si è mai riconciliato con quei momenti. Ci siamo bagnati fino al midollo il 25 aprile del 1994, e poi abbiamo animato e rianimato associazioni e movimenti, fatto resuscitare tante autogestioni, riempito situazioni incredibili, messo insieme la gente con la musica e con la rete, raccolto soldi per il campeggio allo stadio Carlini e poi raccolto un cadavere da terra, fuori da quello stadio – e da allora davvero niente è stato più come prima, tutto è sbandato come in un nastro vhs impazzito che si srotola intasando il lettore e siamo arrivati qua trattenendo il fiato o respirando a stento, le poche volte che si riusciva a tirar fuori la testa dalle onde, tra delusioni, rabbia, scazzi, sofferenze, tradimenti nostri o altrui.

Adesso c’è un momento di calma, e ci giriamo indietro.
E vediamo dove siamo arrivati. E la scia che abbiamo lasciato.

Una scia di detriti, rottami, crolli, rovesciamenti che hanno reso l’itaglia quello che è oggi.

Non è roba che si cancelli dalla sera alla mattina con una crocetta su un foglio colorato.
Tanto meno se serve ad eleggere un sindaco.

Dalla parte nostra – e già avere il coraggio di usare di nuovo questa parola, costa fatica – tutti gli sbagli e i colpevoli degli sbagli, sono ancora lì, in fila, che adesso sgomitano per prendere gli applausi. Tutti i dalemi, i cacciari, i veltroni, i terzi-poli, gli apriamoalcentro, tutti i sempiterni strateghi di 20 anni di sconfitte per cui non han mai pagato pegno. Non gli par vero, che qualcuno ancora gli metta un microfono davanti per chiedere cosa ne pensano di. E questi vanno ancora cacciati tutti a calci in culo.

E non ho paura solo di loro. Perchè come ricordano in un tweet i WuMing, “Noi abbiamo visto la festa in Piazza Maggiore x Cofferati, dopo una campagna elettorale plurale, partecipata e con l’apporto dei movimenti.” e in un interessante ping-pong di tweet con Sandrone Dazieri, “Se la mattina dopo qualcuno avesse detto: “Attenzione…”, sarebbe stato spernacchiato”.
Ed è finita col peggior sindaco di Bologna degli ultimi anni.

Ma soprattutto, lo scandaloso lavaggio del cervello collettivo che l’itaglia ha subìto in vent’anni, la sistematica distruzione dell’idea stessa di spazi comuni e di possibilità di confrontarsi al loro interno, la mercificazione del corpo delle donne e la pornificazione del potere di cui abbiam già scritto, insieme alle migliaia di comportamenti quotidiani da microfascismo ben cantati dalle rime di Danno e Lord Bean, e a tutta quell’ondata di merda in cui siamo annegati e che per far prima, chiamiamo berlusconismo, non si cancella con un paio di crocette.

Da qui comincia la mia differenza con chi crede alle deleghe elettorali. Questa merda ce la dobbiamo spalare tutti insieme, e siccome piove giù da vent’anni, è tanta e si farà una fatica della madonna. Anche perchè non ha affatto smesso di piovere, e non hanno intenzione di far smettere, quello là e i suoi scagnozzi. Anzi, tutto il contrario.

Con questa consapevolezza bene in testa, sono andato a festeggiare in piazza Duomo ieri sera. Perchè avevo voglia di incontrare persone felici, di guardare speranze negli occhi della gente, di prendere le misure a quel che sta succedendo. Sarà lunga ancora. E difficilissima. E può andar storta in migliaia di modi, molti dei quali oggi imprevedibili. O ai quali non vogliamo pensare. Ma c’è un momento di calma, e ci giriamo indietro. E vediamo dove siamo arrivati.

E io lo faccio vedere a mio figlio, nella pancia della sua mamma che è lì con me. Perchè sono passati vent’anni, ci accorgiamo che tante cose sono cambiate, ed è ora di festeggiare.

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