i libici.

Quando qualcuno dice “i libici”, la mia testa per riflesso condizionato corre alle scene iniziali di Ritorno al futuro.

Quando qualcuno dice che l’aviazione ha bombardato Tripoli, io penso all’aviazione USA mandata da Reagan nel 1986 con l’intento di far fuori il colonnello, che però si salvò per una soffiata di Craxi.

E oggi invece?

E invece siamo nel 2011: Gheddafi è sempre lì, seduto sul quarto giacimento mondiale di gas e su un mare di petrolio – che sono la sua vera e unica forza, a rinfocolare strumentalmente l’odio contro l’Italia ex-potenza coloniale con una mano, e a vendere questo gas e questo petrolio all’Eni con l’altra, facendo girare i soldi in fondi sovrani e partecipazioni. L’Italia è il nemico storico, vien facile darci la colpa di tutti i mali – è quello che facciamo noi coi nordafricani da qualche decennio, ma loro l’invasione ce l’hanno avuta per davvero. E Gheddafi la sfrutta. Viene e va dall’Italia, è il suo set preferito per la propaganda. E’ venuto in visita con la foto dell’eroe anticoloniale libico Omar al-Mukhtar, il leone del deserto portato in catene dagli italiani, e (pulendosi poi la mano…) si è fatto baciare l’anello da quello là, anche se i tg italiani non ve l’hanno fatto vedere. Si sa, per i nostri grandi rappresentanti i danè sono i danè, e Gheddafi ne vale tanti, tantissimi. Tanti da potergli permettere di piazzare la sua tenda beduina a Villa Pamphilii, di portarsi le sue 500 escort in giro per la città, e da organizzargli uno spettacolo di cavalli trasmesso pure sulla RAI. Del resto è da Gheddafi che arriva la dritta del bungabunga, uno si sdebita come può: cosa volete che gliene freghi, a quello là, di cazzate come la libertà o la democrazia o i diritti umani. Vi siete già dimenticati di Genova 2001? Non abbiamo niente da imparare da nessuno.

Gheddafi è quello che sta mandando in questi giorni l’aviazione a bombardare Tripoli. O secondo altre fonti, sono elicotteri che mitragliano – una versione soft. Però i morti che ci restano sotto, tagliati a metà dai proiettili anticarro, in ogni caso non sono soft per niente, e sono la gente sua. Una cosa così non si è mai vista – e infatti non si vede, non esiste, non ha nemmeno un decimo della risonanza che dovrebbe avere, figuriamoci, dai giornalisti itagliani. Gheddafi va in tv e chiama i manifestanti ratti, invita i suoi fedeli ad andarli a prendere, fa disturbare il segnale di al Jazeera, dice che la rivolta è colpa della droga e di internet (son proprio amici, ‘sti due…), che non sta succedendo niente, e poi che in ogni caso lui morirà in Libia, da martire se serve. Intanto però i morti si contano a centinaia al giorno, e il silenzio che c’è qui è assordante.

Però i piloti dell’aviazione e una unità della marina militare  libica disertano e fanno rotta su Malta; il rappresentante libico alla Lega Araba solidarizza coi manifestanti; i diplomatici libici all’Onu e nelle ambasciate di mezzo mondo scaricano il loro capo; e in Libia, tutta la provincia dell’est, la zona di Bengasi e della Cirenaica, sembra ormai essersi liberata, tanto che l’Egitto ha aperto la frontiera per far arrivare ospedali da campo, soccorsi e giornalisti. Anche la Tunisia sta cercando di rendere più praticabili le frontiere, ma con Tripoli e il cuore del regime così vicini, non si scherza.

Mentre il ministro dello sci degli esteri italiano riesce a sbagliare ancora, auspicando una transizione guidata dal clan Gheddafi, il nostro sottosegretario agli esteri con delega per il mediterraneo – che ha un cognome che per i nuovi ribelli del nord Africa è già di per sè una provocazione: Stefania Craxi, la figlia di uno che, con i dittatori di quel paese, è stato in ottimi rapporti per decenni – oggi raccontava preoccupata che c’è il rischio di regime islamico (si sa che questi hanno il disco…) e che  il pattugliamento congiunto delle coste tra marina italiana e polizia libica è saltato. Il che significa via libera per tutti quelli che vogliono scappare dai massacri – i boat people del mare nostrum: ed ecco che i leghisti (quelli che non sono razzisti, come dice Bersani) hanno già posto il veto. Questi sono i nostri problemi.

Nemmeno quel po’ di realpolitik che fa preoccupare (ma sottovoce…) gli altri Paesi europei per un concretissimo rischio di aumento dei prezzi di gas e petrolio: a noi ci preoccupano i poveri cristi che arrivano sui barconi, perchè più in là non sappiamo guardare.

Non che non sia un problema, ma ad esempio, se avessimo un po’ di peso in Europa il vertice di coordinamento degli interventi su questa questione l’avremmo richiesto e coordinato noi qualche settimana fa, e non subìto come sta succedendo, con poca o niente voce in capitolo. E magari avremmo potuto far sentire la nostra voce al popolo libico, invece di sentir dire a quello là che “non vuole disturbare” mentre Gheddafi fa massacrare i manifestanti da mercenari fatti venire apposta dal Ciad. E voci dalla Cirenaica, riprese da interviste telefoniche su radiopopolare, parlano di aiuti italiani al regime; piloti di aviazione, colonne di mezzi blindati di provenienza ucraina e italiana: militari o mercenari che siano, è roba da pazzi.

La Libia è lontana, lontanissima. E’ più lontana per noi che per quei poveretti che negli USA si preoccupano della tenuta dei servizi web come bit.ly (perchè .ly è l’identificativo della Libia – che internet l’ha già chiuso a chiave da giorni).

Però è a due passi, invece. Ce l’abbiamo in casa.

E questo silenzio, questi ricatti che continuiamo a ingoiare da un dittatore pazzo a cui abbiamo leccato disperatamente il culo fino all’altro giorno, questi massacri su cui per ultimi prendiamo la parola ripetendo stancamente quel che hanno già detto gli altri, li pagheremo prima o poi. Come si fa a non capirlo. Come si fa a preoccuparsi del pericolo islamico, o dei barconi – e non della democrazia di cui ci riempiamo la bocca, e che andiamo ad esportare a cannonate poco più in là.

Da qui, massimo rispetto a Bengasi libera, e a chi lotta e muore per le strade di Tripoli, e ha 20 anni o poco più. E tutto quel che si può fare per far sentire in qualche modo che ci siamo, facciamolo.

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