sanremo è sanremo?

Dai e dai, anche quest’anno sanremo è passato. Come al solito, da bravo radical chic me ne son tenuto a debita distanza, andando solo a curiosare su youTube le performance di Luca & Paolo (tra cui questa… per la quale son rimasto a bocca aperta). Ho appena saputo chi ha vinto, e ascoltata la canzone l’unico giudizio che mi viene è quello di Nomfup.

Però mi restano in testa dei pensieri sull’intervento di Benigni.

Benigni ovviamente è un mito, anche quando si tiene: i “cavalli” (di Mangano) in albergo, Andreotti e la battaglia “di via Solferino”… in quattro parole, tutto il peggio d’Italia compare davanti agli occhi – di chi sa di cosa si sta parlando. Per gli altri però niente: sanremo è sanremo, e come nelle osterie sotto il fascio, non si parla di politica.

Si parla invece di risorgimento – o meglio, come Benigni continua a ripetere facendosene scudo tra le sue stesse risate, si deve fare l’esegesi dell’inno di Mameli. E non si deve parlare di niente altro.

Non si parla nemmeno dell’ondata di retorica che ha ricoperto tutta la vicenda del risorgimento – quella che faceva dire al fratello di mia nonna, spedito a far la guerra in Abissinia: la bandiera è il simbolo dei pazzi. Solo un accenno veloce a chi ha voluto mettere a Balilla la camicia nera… ma anche qua, sente solo chi vuol sentire. Insomma Benigni reticente?

Intendiamoci: io lo penso, che il risorgimento italiano sia stato un episodio epico, a cui tutti i migliori cuori e cervelli d’europa guardavano facendo il tifo. Abbiamo avuto (quasi un secolo prima di quelle spagnole) le nostre brigate internazionaliste, fatte di gente venuta ad aiutare Garibaldi a cacciar via i preti da Roma e a dare il fatto loro ai francesi traditori della loro stessa rivoluzione. Abbiamo avuto, come giustamente ricorda Benigni, una generazione di ventenni che ci ha lasciato la pelle, per ottenere l’unificazione di questa “espressione geografica” (ri-)nata prima come lingua e cultura, e solo molti secoli dopo come Stato. Però abbiamo avuto, grazie alle chiacchiere di regime che hanno ripreso questa vicenda subito dopo, anche due guerre mondiali e una dittatura che ha insegnato a tutto il pianeta come si fanno i colpi di stato militari e i regimi totalitari… e poi tutto quello che è seguìto, per cui oggi parlare di patria è roba da fascismo, e stop.

Per questo, parlare di patria mi fa venire i pruriti. Però vedo che qualcuno ci prova, e ci prova con l’intento di riprendersi roba che il fascismo ci ha tolto: forse è l’ultima frontiera, e in ogni caso faccio fatica a pensarla come una frontiera mia. Ma non posso non pensare a tutte le volte che, nelle lettere dei condannati a morte della Resistenza, l’Italia, la patria riempie l’ultimo pensiero. In ogni caso credo che sia bene ripeterselo, che la retorica del risorgimento, così come “l’immiginario che deriva dagli anni ’70 è, sul versante stilistico, un fardello.” E un fardello di cui sarà bene liberarsi.

Non so se Benigni abbia intenzionalmente tentato un inizio di questa liberazione. A sanremo.

Se così è, non gli è venuto molto bene.
Ma se così è, è stata una mossa coraggiosa ed efficace.
In ogni caso, parlare della cosa che assomiglia di più ad una rivoluzione nella storia di questo paese, col 50% di share tv, fa bene alla salute dei cervelli – e infatti partono le polemiche da poveracci: sul compenso, sulla durata, sul fatto che non si scherza con queste cose… tutti segnali di una missione compiuta: aver messo le mani dove “quelli” pensano che sia decisamente roba loro. Servirà?

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2 thoughts on “sanremo è sanremo?

  1. Considerate anche le mie simpatie anarchiche, divento sempre più insofferente ai concetti di patria, stato, nazione, bandiera, in qualunque salsa vengano serviti. Sento altri ideali, quindi, per me, se il fascismo si è preso questi, allo stato delle cose può tranquillamente tenerseli e continuare a gonfiarsi con essi fino a scoppiare.

    La lezione di Benigni, pur essendo indubbiamente di stile e probabilmente sincera, mi ha infastidita. Almeno quanto mi ha fatto orrore sentir recitare Gramsci sul palco di quell’insulsa manifestazione nazionalpopolare; da due comici (che nelle loro prime apparizioni nei teatri genovesi, quando ancora erano sconosciuti alla televisione, mi piacevano) che si sono prestati a scenette che altro non sono che satira di regime; di fronte a un pubblico che l’applaudiva non diversamente da come applaudiva l’ultima canzonetta del vincitore di Amici.
    Mi è stato obiettato che però così – con Gramsci al 50% di share in prima serata e non confinato in qualche barboso documentario storico alle tre di notte – almeno qualcuno si sarà incuriosito e si sarà spinto a cercare informazioni su di lui e ad avvicinare il suo pensiero. Conoscendo il target tipico di Sanremo, io ne dubito. La televisione – questo nostro tipo di televisione – non è fatta per interrogarsi e per pensare. Tritura e reimpasta tutto quello che le passa attraverso rigurgitandolo in bocca al pubblico in un pastone indefinito, annullando tutti i significati.

    Non serve. Sono molto rigida in questo giudizio.

    • Non posso far a meno di notare che dici “nazionalpopolare”: una categoria inventata da Gramsci 😉 per indicare (in positivo!) un’arte legata alla realtà, in grado di dare esempi positivi al popolo (!) ecc… anche se poi in effetti da Gramsci siam passati a pippobbaudo – il discorso sarebbe lungo, magari lo riprendo in qualche post. Detto questo, io vivo senza tv da anni, come faccio a non condividere il tuo pessimismo sullo strumento e la sua capacità di rimasticare tutto. Però Gramsci (e quel Gramsci, soprattutto…) non si era mai sentito in nessun programma “generalista” su nessun canale italiano. Mai. Se c’è anche solo un piccolo rischio che qualcuno si sia fatto un giro su internet dopo averlo sentito… io gioisco.

      Tornando a Benigni: personalmente anche a me non interessano le bandiere, ma non posso fare a meno di notare che a tratti oltre al fastidio c’era altro – soprattutto ad ogni accenno a quelli che per quegli ideali (che da qui appaiono retorici, negativi, tossici quanto vuoi) han messo sul piatto la pelle e in molti casi l’hanno persa. E quasi sempre non erano della banda degli invasati, dei guerrafondai e di tutti quelli che normalmente maneggiano patria, bandiera ecc. Anche solo per loro io una spolverata a certe storie la darei. O come dicono quelli, una dissotterrata a certe asce di guerra 😉

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