le carrozze e le auto.

Quando è stata introdotta l’automobile, chi portava in giro la gente in carrozza all’inizio l’ha snobbata. Poi, più probabilmente, l’ha criticata: per il rumore, la puzza, la scomodità… e poi lo sappiamo come è finita: in carrozza non ci va più nessuno (tranne qualche patetico, al matrimonio o dintorni…) e le auto rovinano il mondo, per quanto sono diffuse. Tanto che sarà ora di inventarsi un modo per uscirne vivi.

Qualche mese fa il direttore di Wired ha scritto una lettera aperta a Gianni Riotta, direttore del Sole-24Ore, per farsi pubblicità per promuovere la nuova versione del sito Wired.it, coi testi diffusi tramite licenza creativeCommons – invitando Confindustria a mettersi su questa strada e lasciar perdere, almeno dove non strettamente e strategicamente necessario, il copyright. Il casus belli veniva dalla traduzione (© Sole24Ore…) di un articolo (di Wired USA…) sulla morte del web. Ne è nato un piccolo caso, peraltro ufficialmente ancora aperto. Intanto, per dire, da non so quanti anni i soliti genî della banda WuMing distribuiscono gratuitamente tutti i loro romanzi on-line con un’altra licenza creativeCommons. E se i libri li comprate su carta (sbiancata senza cloro ecc ecc – come Greenpeace ha chiesto a tutti gli scrittori di far fare alle loro case editrici…) scoprite che il copyright non c’è nemmeno lì: o meglio, c’è la dicitura © Giulio Einaudi Editore (o quel che è) e sopra c’è scritto: E’ consentita la riproduzione parziale o totale dell’opera e la sua diffusione per via telematica a uso personale dei lettori, purchè non a scopo commerciale. Questo, in tempi di guerre per le fotocopie, attacchi alle biblioteche pubbliche in nome dei “diritti d’autore” e tutto il resto, è già un bell’esempio di un’altro mondo possibile.

E’ tutta roba che chi viene dall’underground informatico degli 80 e 90 conosce molto bene: contro lo strapotere delle major informatiche, la brulicante crescita del software shareware, delle comunità opensource dove i programmi sono “free” as in “freedom”… e non sol/tanto as in “free beer”, fino a Linux oggi. E a proposito di major, ovviamente ce n’è anche per chi ha anche solo bazzicato l’underground musicale, dal do-it-yourself dei punks, ai mixtape del reggae e dell’hiphop, fino ovviamente alle reti di condivisione di mp3 da una parte, e agli artisti che diffondono la loro musica direttamente dai loro siti gratis, dall’altra.

Il dibattito ferve, il mondo sta cambiando e questo pezzettino di mondo, degli autori e dei loro diritti in particolare, è in esplosione. Il web ha messo tutti in condizione di essere autori: quindi anche plagiari, falsari, ladri – ma ha messo anche tutti in condizione di poter condividere completamente il proprio sapere e le proprie opere. Un sogno che nemmeno il più visionario utopista tra gli umanisti del 1400 avrebbe potuto concepire… e sta qui, sotto il vostro mouse.

In questo dibattito da un paio di giorni sto inciampando sulla solita robetta provinciale all’italiana:

Repubblica.it ha pubblicato foto degli scontri del 14 dicembre, prendendoli dalle gallerie online di diversi fotografi… ignorando la dicitura © TalDeiTali, tagliando le foto per cancellare le firme degli autori riportate sui bordi, in qualche caso modificando le stesse foto (colori che diventano bianco e nero ecc). Gli autori delle foto si sono (giustamente? ecco apriamo il dibattito…) incazzati – e la risposta di Michele Smargiassi a quanto pare non basta.
Smargiassi mette subito le mani avanti:

Intendiamoci. Io non sono fra gli estremisti della cultura open, del tutto-gratis, dell’hackeraggio come ideologia “rivoluzionaria” del Web e come sfida al capitalismo. Anzi vedo grandi rischi per la democrazia della cultura da un approccio di questo tipo, ma l’argomento è enorme e non lo affronto qui. Però non sono così cieco da non capire che Internet è il giardino delle tentazioni. Il gesto dell’appropriazione di un contenuto qualsiasi, sul Web, è leggero come l’aria, rapido come un clic di ciglia e moralmente leggerissimo. Quanti di voi non hanno mai scaricato una canzone o un film da eMule o qualche altro sito di file sharing? È illegale, lo sapete? Ma l’avete fatto senza sentirvi ladri. Prevengo l’obiezione: scaricare un file per uso personale è diverso che scaricarlo per ripubblicarlo su un sito d’informazione. No, non è così diverso.

A parte che eMule non è un sito (ah, i giornalisti italiani…), ma è proprio la chiusa del brano che riporto, a colpirmi. E non solo me, in effetti: gli risponde al volo Massimo Mantellini e da lì,  la questione dilaga – Nima Rafat sul Post qualche giorno dopo arriva a proporre… l’ordine dei fotografi a tutela della categoria e del suo lavoro. Ecco, appunto. Ci mancava, questa. Vedo che abbiam capito perfettamente in quale direzione sta andando il mondo, direi…

Leggete e commentatene tutti. Se vi interessa, io penso che mettere le proprie foto professionali su flickr scrivendoci © tutti i diritti riservati (e magari disabilitarne il download… ignorando che ci sono mille modi per scaricare lo stesso!) sia una stronzata. E penso che prendere le foto da flickr togliendo il nome dell’autore sia altrettanto una stronzata. Se poi le foto senza più autore finiscono in pagine con pubblicità, generando guadagno non per chi le ha fatte ma per chi le ha raccolte e ripubblicate, allora non va bene. E infatti mi sembra che questo sia l’accordo raggiunto alla fine su repubblica.it nelle gallery “incriminate”: niente pubblicità nella pagina, indicazione chiara che si tratta di roba che viene da flickr, e nome dell’autore in sovraimpressione. Poche smargiassate, i soldi con la roba degli altri non si fanno. La condivisione ci piace, il furto meno. Ancor meno se è dei ricchi verso i poveri: il contrario si può tollerare, da quando ci hanno letto le storie di Robin Hood all’asilo – ma per grandezza e invadenza, repubblica.it in questa storia assomiglia un po’ troppo allo sceriffo di Nottingham.

Finito? No, per niente. Intanto perchè non è finito il dibattito, ma soprattutto perchè nei commenti si leggono cose che fan venire i brividi, fan capire quanto siamo indietro. E questo non è “il paese reale” – si suppone che siano discorsi fatti tra gente di un certo spessore, insomma come dire,  gente un po’ avanti.

Avanti, in carrozza.
E non badate a quegli affari fumosi e rumorosi, quelle “automobili”.
Come tutte le mode, passerà presto. E magari io intanto chiamo le guardie, per farmi liberare la strada.

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