quell’espressione un po’ così che abbiamo noi che abbiamo visto Genova…

(come in tanti sanno, per quante volte l’ho ripetuto, io a Genova nel 2001 non c’ero. Bloccato a letto tre giorni prima dei cortei da un paio di vertebre che han deciso proprio in quel momento di andare a farsi un giro, dopo aver fatto di tutto per sostenere l’organizzazione, autofinanziare i viaggi ecc – ho passato giorni e notti attaccato a web e radio, a piangere sotto antidolorifici. Tanto per giustizia, eh.)

Cresce il dibattito, sulla valutazione degli scontri di Roma del 14. A botta calda ho detto la mia, e forse a freddo sarebbe un po’ da aggiustare, ma lasciamo perdere.

Oggi Saviano su Repubblica.it scrive una lettera ai manifestanti. Un po’ Pasolini a Valle Giulia, un po’ predicatore, mi colpisce soprattutto un pensiero, che mi è venuto subito leggendola: questi ragazzi, per la maggior parte, son venuti dopo.

Un ventenne di oggi (e ce n’erano tanti anche più giovani…) è nato nel 1990. Genova 2001 l’ha vista al tg, era in prima media (o più indietro); cosa sa? I black bloc, i disordini, gli scontri, Carlo Giuliani. Il racconto (anzi “la narrazione”, come si dice oggi…) dei buoni contro i cattivi, pre-cotta e digerita dai giornali e sposata dai democratici in chiave auto-assolutoria.  Cosa ha potuto sapere di tutto quello che è stato fatto crescere, per anni, per un decennio, in mille rivoli diversi, che partivano dal disgelo del grande freddo anni 80 per diventare l’ondata di gente che in tutto il mondo riprendeva la parola? Che ne sa della gente dell’oratorio che tramite il commercio equo entrava in contatto con i gruppi zapatisti e finiva nei collettivi universitari che occupavano nuovi centri sociali da dove partivano offensive culturali che rimettevano in circolo i saperi ecc ecc ecc? Non ha visto altro che mazzate, violenza, molotov e gente lasciata a terra sanguinante dagli sbirri.

E il secondo pensiero è: quanto mi stavano sulle palle, nel grande freddo anni 80, quelli che ti dicevano che prima sì, che le cose andavano bene? Quelli che te la menavano che gli anni 60 e 70 erano stati spettacolari, fantastici, incredibili… e tu eri arrivato fuori tempo massimo, galleggiavi nella merda e in qualche modo dovevi pure sentirti in colpa? Ho passato la prima parte della mia vita, a gridargli in faccia che il grande freddo anni 80 era colpa loro, delle loro cazzate, dei loro sbagli, dei loro grossolani errori di strategia e di organizzazione.

Quindi con che faccia mi posso permettere adesso di andare a fare la predica ai ragazzi degli scontri di Roma?

Questo è anche uno dei temi prevalenti nella discussione che come sempre dilaga in centinaia di commenti su Giap, dove anche Wu Ming dice la sua su Roma. Se devo scegliere una frase, quella che si è appiccicata subito alla testa è: Non si esce dalla coazione a ripetere. A ripetere il Grande Assedio, la contrapposizione, ecc ecc. ossia probabilmente quello che questa generazione ha come sua unica pietra di paragone.

Però c’è anche altro, dove ritrovo un po’ di quello che ho scritto a botta calda. C’è il tentativo di definire insieme il pericolo della “violenza escludente”, e su questo penso valga la pena di riprendere due parole: gli scontri ci sono stati già nei giorni scorsi, e hanno segnalato che qualcosa stava succedendo; ma non sono stati un problema proprio perchè erano a contorno di altro, e di altro si stava parlando, altro stava succedendo. Qui invece siamo allo scontro per lo scontro, e questo taglia fuori tanta gente,  ne mette in mezzo molta di più (gli altri manifestanti!) senza averlo minimamente calcolato.

(Brilla tra i commenti, il saluto di DeeMoo (subito… smascherato dai WM!) che come ci ricordano, con altri giganti cantava Stop al Panico!. Non dico niente, per non finire ancora a fare il vecchio che diceva “una volta sì che le cose andavano bene…”.)

La terza questione che collettivamente vien messa a fuoco, e che una volta di più mi vede concorde, è quella del “reducismo”. Chi era a Roma ha visto la cosa dal di dentro, e ne ha ricevuto un impatto. Qualunque sia questo impatto (esaltazione, paura, dubbio, ecc), l’esperienza dal di dentro fa a pugni con chi l’ha osservata da fuori. E ognuno dei punti di osservazione ha la sua validità: anzi la questione è proprio questa – non si può pensare di ridurre una complessità così ad una partita di mazzate noi contro loro, e ogni punto di vista è prezioso e andrebbe considerato. Ma chi torna da Roma rischia, come tutti i reduci di tutte le battaglie, e come ricordano ancora una volta saggiamente i WM, di essere additato, e di balbettare i suoi “dovevate esserci per capire”. Ecco fatto, tutto appiattito sulla scenetta degli scontri. Come si fa a uscire da qui?

Dato che non ha senso dare ricette, mi fermo. E aspetto, e spero.

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One thought on “quell’espressione un po’ così che abbiamo noi che abbiamo visto Genova…

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