a volte apri gli occhi e vedi come vivi

Sì, naturalmente è la canzone dei Casino Royale, l’ennesima, a dire tutto quel che ho in testa oggi: Canzoni incastrate nei denti, è scritto lì sopra mica per niente.

A parte che è roba del 1995, che fa quindici anni tondi e non ci puoi credere. A parte che però suona come se fosse uscita ieri mattina. A parte che da quando è uscita, sono 15 anni che me la canto e me la ricanto e ogni volta ci tiro fuori qualche pezzo da scrivere sui muri.

A parte tutto c’è quella frase lì, che stamattina lampeggia nel titolo.

Ogni tanto capita di puntare una luce su qualche pezzo di te che non frequenti da un po’ di tempo; spesso ci trovi delle sorprese, come quegli armadi in cantina che non aprivi da un secolo. Altre volte sono brutte sorprese, ma tant’è. Un po’ anzi è anche sopravvivenza, spegnere le luci su qualcosa, far finta che non ci sia – magari che non ci sia mai stata, e tirar dritti, alleggeriti da questa ridefinizione.

Però a volte apri gli occhi, e vedi come vivi.

Vedi che intorno non c’è più nessuno, vedi che la vorticosa girandola di posti cose facce persone idee che ti ha portato avanti come un’onda nel mare, adesso scende e finalmente va a finire in niente; pensi che oggi è il venti luglio, e nove anni fa eri a letto con due vertebre che davano i numeri, e però sarebbero presto partite telefonate e piani improbabili per tentare di andare comunque a Genova a gridare che quello che stava scuccedendo, che era successo a Carlo Giuliani e a tutti gli altri che stavano lì con lui era insostenibile, mostruoso, smisuratamente inaccettabile. Stavi con gli occhi lucidi tra gli antidolorifici pesanti e la diretta della radio, ad assistere impotente all’assassinio di un’ondata di persone di volontà di determinazioni a fare di questi posti qualcosa di diverso e più vivo, – un’ondata che è finita lì ed è finita in niente, in questo niente angosciante che riempie le strade oggi.

Tutto il resto, l’allucinante mostruosità dell’irruzione nella scuola Diaz, delle torture nella caserma di Bolzaneto, l’impunità sprezzante delle divise che nessuno mai di quelli che hanno assaggiato quell’aria potrà più sopportare di avere vicino… tutto il resto purtroppo sono solo effetti collaterali, e dopo nove anni che sembrano nove secoli anche loro sbiadiscono e appaiono lontani, incredibili nella loro smisuratezza – e quindi non creduti, più, quasi nemmeno da chi era lì o ha rischiato di esserci.

Ma quell’ondata non me la sono sognata, e lì c’erano i migranti che rivendicavano diritti insieme agli italiani che li sostenevano, c’erano i ragazzi usciti dagli oratori che rivendicavano giustizia sociale e uguaglianza insieme agli strani soggetti usciti dai centri sociali occupati, che attraversati da quell’ondata sono lievitati in quegli anni e hanno dato frutto come mai più dopo. C’erano i giovani e c’erano gli adulti insieme, c’erano i non violenti in tutte le forme, anche quelle più estreme delle mani dipinte di bianco davanti ai caschi alieni dei carabinieri, e c’erano i combattenti che dopo la ridicola dichiarazione di guerra dei casarini, si erano dati il compito smisurato di forzare un blocco militare senza che azioni di quel genere fossero mai state praticate in piazza da quindici anni o più; e c’erano i curiosi e i casinisti, e quelli che semplicemente non hanno mai avuto altro posto che quello, nelle strade in mezzo alle persone, e quelli che sempre si dannano per farsi fotografare lì, e poi dopo il clic ti volti e non li trovi più perchè sono tornati nei loro uffici a scrivere le dichiarazioni per i giornali.

Tutta quella gente lì è sparita.
Messa in fuga dal sangue, dai denti rotti, dalla paura della sopraffazione impunita.
Una disfatta, una sconfitta violenta e avvilente che ha lasciato i brividi a chi è rimasto a raccogliere i feriti.

Ancora la cerca quella gente, qualche anima candida alla ricerca della sinistra perduta, e non si da pace dimenticandosi di quando, dopo settimane di attendismo, nel giro di 24 ore l’adesione del suo granpartito fu data e poi rimangiata e lui e quelli come lui finirono in stazione a tirar giù i loro dai treni (contrordine compagni, tanto per cambiare). E oggi tutta quella vicenda pesa come una montagna silenziosa sulla loro falsa coscienza, quella di chi crede di poter fare normalmente politica in itaglia, dopo fatti come quelli e come tutti gli altri che sono venuti prima.

Quindi stai a occhi chiusi e a occhi chiusi vivi bene, metti su famiglia, vai avanti.
Poi a volte apri gli occhi e vedi come vivi.
A cosa arrivi a pensare.

E manca l’aria.

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