Gaetano che tipo strano

Così diceva una canzone che mi cantavano da bambino, roba degli anni 60 credo, un twist un po’ storto e alla buona. A me veniva subito in mente il fratello di mia nonna materna: Gaetano. Che era strano per davvero, e non poco.

Piccolo, duro come l’acciaio, infaticabile. Con gli occhi fiammeggianti, sempre, e dei ricci all’insù come li ho visti, tanti anni dopo, solo nei ritratti di Errico Malatesta.

Un omino minuto pieno di rabbie smisurate, gruista alla Breda negli anni 50 (dove andava e tornava in bici, dalla Brianza a Sesto e indietro) e saldatore, tornitore, imbianchino, e prima garzone, contadino, e prigioniero degli inglesi, dopo esser stato spedito a conquistare l’Abissinia al ritmo di Faccetta nera e aver trovato il Royal Army a dare una mano a Selassie I. Pieno di letture (che per uno con la sua storia, è già incredibile) – e di letture strane: la Bibbia girata e rigirata, letta da solo, e poi Giordano Bruno, e mille altri trattati di filosofia e religione e morale e chissà cos’altro, letti con quegli occhi fiammeggianti, di certo dopo che si era tolto il toni e lavato via la polvere del lavoro.

Gaetano che mi incrocia sulla piazza del municipio, a quattro, cinque anni portato per mano da sua sorella che poi era mia nonna, e guardandomi negli occhi come ad un adulto spara la domanda indicando la bandiera sul pennone del Comune: lo sai cos’è quella?

io: La bandiera.

Sì, ma cos’è la bandiera?

io: E’ un simbolo.

Sì, un simbolo. Ma il simbolo di chi?

io: Mah, degli italiani. Dello stato.

La bandiera è il simbolo dei pazzi. Ricòrdati.
Il simbolo dei pazzi.

Io me lo ricordo, me lo sono ricordato da allora e forse fin troppo bene;  e da allora ogni volta che ho potuto ho parlato con Gaetano con mia nonna di fianco, che lo guardava male, implorandolo con gli occhi e a volte anche con le parole di smetterla, di non infilare in testa anche a me i suoi discorsi. Non è andata tanto bene, eh nonna. Per fortuna.

Gaetano che pensava all’altra sorella, andata suora – “sposa di Cristo” – e ghignando ti diceva, ul Signur l’è me cugnaà.

E si vedeva, che ci godeva quando io ridevo un po’ troppo, di certo più del dovuto e del consentito, a sparate come queste.

Ho passato anni a chiedermi dove l’avesse preso, la famiglia Penati di Velate, in piena Brianza, ‘sto nome per niente brianzolo che si portava dietro: Gaetano. Come un coglione, anni e anni fino a stasera. E ce l’avevo lì davanti.

Adesso sto leggendo Meccanica celeste di Maggiani; c’è un personaggio che, di nome proprio, fa Bresci.  Perchè, dice la storia, il padre è stato amico, forse complice di quel Bresci che ha sparato a un re d’itaglia a quattro passi da qui.

Bresci.
Che di nome fa?
Gaetano.

Coi ricci come Malatesta.
Nato una manciata d’anni dopo che quel Gaetano aveva fatto parlare di sè.
A una dozzina di chilometri di distanza.
Unico figlio maschio, da tirar su con le idee giuste in testa.

Bisnonno Penati, non mi ricordo nemmeno come ti chiami ma ti sei guadagnato una dose di rispetto infinita, dritta da una discendenza sghemba nel primo decennio del millennio dopo il tuo. Complimenti.

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