un disastro in/naturale

Cajoun: gente, musica, cucina… una cultura di palude.

Un misto di culture – meglio.
Che è sempre meglio.

Del resto, quella palude lì è quella dove riuscivano a scappare e rifugiarsi gli schiavi africani che hanno costruito gli Stati Uniti; per quello ci trovi dentro la santeria, il voodoo, e tutto intorno posti strani per gente stravagante: cajoun – gente che ha inventato posti come New Orleans, o almeno come era New Orleans prima di essere normalizzata con la scusa della ricostruzione post-Katrina. E che adesso ha davanti una piattaforma petrolifera che ha stappato un giacimento di petrolio, e lo sta facendo riversare tutto direttamente in mare. Qualcosa che non ha funzionato.


Un “disastro naturale” tanto quanto la nostra diga del Vajont: errori di progettazione, speculazioni dei costruttori, cancellazione dei rapporti di allarme, schifose truffe perfino coi materiali da costruzione, e poi la solita serie di toppe all’italiana fin quando la montagna non ne ha potuto più ed è crollata.

Nel bacino della diga.
Un disastro naturale.
E prima?

Così anche per Katrina, eh: un uragano, una tremenda inondazione.
E un sistema di dighe sul Mississipi che non regge, che non è stato tenuto in ordine, che non ha avuto le manutenzioni necessarie, con un sistema di pronto intervento che non è intervenuto prontamente – anzi non è intervenuto per niente, e un governo che ha minimizzato finchè ha potuto e poi è corso ai ripari come ha potuto… e poi tanto New Orleans è un posto per negri e svitati, chissenefrega. Un disastro naturale?

E oggi ancora.

Mentre la piattaforma petrolifera della BP lì davanti a New Orleans, che “si è rotta”, continua a versare tonnellate di petrolio grezzo in mare, davanti a una baia piena di parchi naturali dove si riproducono alcune delle specie più protette sul pianeta, davanti ad un sistema di paludi che accoglie le migrazioni di migliaia di specie protette di uccelli, i giornali scrivono che è un disastro naturale.

Ma non è vero. E gli svitati di New Orleans, naturalmente, si incazzano.

La BP sta inventando di tutto per far finta di avere la situazione sotto controllo, ma a me sembra proprio che non abbiano idea di come rimediare al disastro che hanno causato. Perchè lo hanno causato loro: non è in nessun modo naturale una piattaforma di acciaio e plastica piena di macchinari che pompano combustibile fossile dal fondo del mare a una profondità inaudita (e infatti forse pure un po’ troppo inaudita – pare che i permessi fossero per trivellazioni più in superficie…). Hanno sbagliato.

E va beh, chi sbaglia paga: a questa gentaglia incravattata (sono i peggiori, come sempre…) non par vero di dichiarare ai quattro venti che pagheranno tutto loro – omettono di dire che tanto i soldi sono i nostri e sono anni che ce li succhiano dalle tasche con l’economia del petrolio, drogata poi da aumenti ingiustificati del carburante – come quello di questi giorni – ma va beh, non è gente che sta a sottilizzare.

Gli sfugge, a questi criminali globali, che nessuno dei danneggiati – quelli veri – sa cosa farsene della loro cartamoneta. Non servirà agli equilibri già disastrati dell’oceano, non servirà all’ecosistema del golfo, non servirà alle tartarughe che dopo aver attraversato l’oceano per deporre le uova, troveranno le spiagge piene di catrame; non servirà ai delfini e alle balene incrostate di petrolio, nè alle centinaia di specie di uccelli migratori che non troveranno più le paludi in cui per millenni hanno migrato, ma una bella chiazza di olio combustibile targato BP. Coi loro soldi non potranno rimediare mai al disastro che hanno causato.

Non è una situazione razionale. I primi pensieri che mi vengono sono brutali, di pene corporali, di lavori forzati nel tentativo (inutile?) di ripulitura del loro disastro. Di abbandono in una palude, e poi vediamo cosa gli succede.

Regressione ad uno stato selvaggio, ad una vendetta selvaggia.
Mi mastico sta roba, e non trovo altre uscite.

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One thought on “un disastro in/naturale

  1. aggiornamenti:

    – una proposta di legge di Obama per tassare i prelievi di petrolio (che vuol dire che aumenteranno il prezzo, e paghiamo ancora noi), e per alzare il tetto delle spese da risarcire in caso di disastri come questo, dai ridicoli 75 milioni di dollari di oggi a qualche miliardo – che va bene se serve a mandarli in fallimento (sempre nell’ottica “vendetta selvaggia”) ma tanto non ce la si farà, figurati – coi lobbisti e i miliardi che hanno da giocarsi – ma in ogni caso non risolve il problema;

    – una serie di indiscrezioni che affiorano su mancate manutenzioni, problemi di sicurezza segnalati ma non risolti, misure di sicurezza non attivate, e roba simile: ossia è colpa loro e lo sapevano da prima. Beh? certo che è colpa loro. E certo che lo sapevano da prima. Il punto continua ad essere che non gliene frega un cazzo.

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