a kebab saved my life

Certe cose mi stringono un po’ il cuore: ad esempio vedere un ragazzo di 24 anni che ragiona e si comporta come un vecchio di 80 – guidato dalla paura del diverso, del non-conosciuto, ormai impermeabile alle novità e alle trasformazioni, al cambiamento che è la vita. A 24 anni, cazzo.

Il sindaco di Ceriano Laghetto ha 24 anni, è il secondo sindaco più giovane d’Italia, ed è salito agli onori della cronaca per l’ennesima, ridicola, inutile ordinanza che vieta nel centro storico (?) di Ceriano, a pochi chilometri da qui, l’apertura di tutta una serie di attività commerciali.

Non lo sapevo, che a Ceriano Laghetto ci fosse l’economia pianificata, come in Unione Sovietica. Pensavo che il PdL che governa lì fosse un accanito fan del liberismo, invece. Ma a quanto pare il libero mercato va bene solo quando si fanno i comizi e le sparate in tv. Per il resto invece, sono vietati sul territorio del soviet di Ceriano esercizi commerciali che offrono telefonate a basso costo verso l’estero (phone centres), trasferimento sicuro di denaro verso paesi extracomunitari (money transfer) e venditori di kebab. Ossia la faticosa economia che sta venendo creata dagli immigrati.

Io ci resto male, per un uso pretestuoso e ideologico delle cose di tutti – e  naturalmente per tutte le altre storture simili che, con i soldi dei contribuenti, permettono a questi personaggi di farsi pubblicità ottenendo risultati ridicoli per quantità e qualità.

Ma stavolta ci resto più male del solito, perchè la prima volta che l’ho mangiato, a me il kebab mi ha salvato la vita.

Era lo scorso millennio, verso la fine – 1992 se non ricordo male – e nonostante fosse praticamente l’altroieri, l’immigrazione in itaglia non faceva notizia, o meglio non era la facile spiegazione per ogni brutta notizia, e comunque era ancora e solo nella sua forma iniziale, quella dei vu-cumprà (o meglio: sfruttamento intensivo italiano di manodopera immigrata messa male) raccontata da Pap Khouma nel suo Io venditore di elefanti. L’avevo anche conosciuto, Pap, ancora prima, in una tavola rotonda in cui raccontavo la mia esperienza di giovane partecipante ad un incontro internazionale di volontariato estivo nella mia città, in cui di giorno si lavorava in giro insieme tra italiani, americani, polacchi, ungheresi, i primi africani e vari europei “veri”, e di sera si mangiava e dormiva in tenda nel campo sportivo comunale di fianco alla piscina… roba veramente di un altro millennio.

Nel 1992 la caduta del muro di Berlino era una roba di poco più di tre anni prima, ancora fresca, e infatti a Berlino, quando ci sono andato la prima volta, quell’estate, il muro in gran parte era ancora in piedi – altro che caduta – e Potsdamerplatz era un immenso, tristissimo e desolato spiazzo pieno di erbacce su cui si affacciavano case con finestre e porte murate e residui di torrette e fortificazioni. Era una delle ultime tappe del mio primo inter-rail, fatto con un amico, e i soldi stavano proprio finendo, anche per colpa dei continui cambi tra le valute diverse che allora esistevano, e che finivano sempre per lasciarti in tasca chili di moneta inutilizzabile che nessuno ti convertiva.

Per quello battevamo la zona che fino a poco prima era Berlino est, alla ricerca di posti dove mangiare a pochissimo, per risparmiare ogni marco e spenderlo in musei e pinacoteche. Così siamo finiti sotto la tremenda torre tv di Alexanderplatz, e nelle viette dei dintorni i turchi vendevano a meno di tre marchi piatti giganteschi di patatine fritte, verdure, uno strano pane pieno di salse e di questa roba mai vista, il kebab.

Per tre giorni, i turchi hanno rifornito di energie e calorie a basso costo questi due giovani vagabondi italiani, permettendoci di sopravvivere, di leggere sui pannelli video di Ku’damm della bomba al Pac di Milano, di tornare a casa in tempo per i funerali (Emilio Fede: sono morti tre uomini e un marocchino… vedi che a ben guardare era già tutto pronto) e ritrovarsi in un Paese che stava diventando tutto un’altra cosa, e dopo quelle bombe ancora più di prima.

Dopo tanti anni, vedere botteghe di kebab anche per le strade italiane ha fatto un sacco piacere a quel giovane vagabondo italiano, dovunque sia finito nel frattempo, e di conseguenza anche a me.

Adesso questi pavidi-della-vita vietano tutto quello che non è pavido e chiuso come i loro orizzonti, con la solita scusa della sicuressa, che ha avvelenato l’itaglia, e la solita equazione che dove ci sono immigrati c’è degrado e delinquenza. Non ce la fanno, a capire che degrado e delinquenza stanno semplicemente dove ci sono i poveri cristi, e in questa fase i poveri cristi sono soprattutto immigrati (ma non solo) – esattamente come prima erano i meridionali, o gli immigrati italiani all’estero… compresa la famosa stirpe veneta che pure tanto gonfia le fila di questi personaggi. E soprattutto non ce la fanno, a vedere nuova imprenditorialità, tentativo di togliersi dall’emarginazione, apertura di nuovi spazi di socialità – vedono solo una roba spurca che va cancellata. Via, con un colpo di penna.

Invece io vedo una politica che non sta in piedi, che le leggi italiane, compresa la tanto cara (a loro) Bossi-Fini, non permettono: vedo un uso strumentale e inutilmente ideologico dell’amministrazione della vita di tutti, che serve sempre e solo a farla diventare la vita di pochi… e a spingere nell’invisibilità e nella non-esistenza un esercito di persone. Che però prima o poi si incazzerà e ci verrà a chieder conto di questo apartheid, e allora non ci saranno storielle sul blog che tengano, per evitare i calci nel culo. E soprattutto non serviranno ordinanze nè piagnistei.

Però bastava farsi un giro in giro, a 24 anni – rischiarsela un po’ di più e farsi sfamare dai turchi di Alexanderplatz. No?

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5 thoughts on “a kebab saved my life

  1. Se fossi il titolare di uno dei negozi oggetto dell’Ordinanza verificherei che il Sindaco, a norma di legge, possa fare una cosa simile. I Sindaci leghisti fanno a gara a emettere Ordinanze inutili (che si limitano a ribadire cose che sono già sancite da leggi dello Stato) inapplicabili, o addirittura illegittime. A loro non importa nemmeno che vengano rispettate. L’importante è gettare in pasto all’elettorato qualche atto che sappia di “forza”, di “decisionismo”, di “sicurezza”. In realtà, chiunque persona assennata lo capisce, lo scontro di civiltà che stanno creando la Lega e il resto della destra, va nella direzione opposta della sicurezza e della convivenza civile.

    • Vero.
      Però se sei il titolare di uno dei negozi in oggetto: sei immigrato, ti fai un mazzo tanto, hai casa chissà dove e come, le brave persone dei bravi comunelli brianzoli ti guardano male, ecc ecc ecc – quindi la forza per fare ricorso, almeno da solo, difficilmente ce l’hai.

      Non sarebbe male – questo sì – che te la desse quel po’ di risposta organizzata che ancora pretende di essere in piedi contro questo schifo omnicomprensivo… ma parlare è sempre gratis, muoversi invece costa, e naturalmente mi ci metto dentro anche io eh.

      PS: a questi della convivenza civile, come di qualsiasi cosa che sia civile, dei cittadini (soggetti portatori di diritti), non gliene frega più o meno un cazzo. E in quanto a sicurezza, è evidente (agli occhi di chi ancora ci vede, come dici tu) che gli interessa solo la propria. Hanno la vista tanto corta che non arriva oltre le punte dei piedi.

  2. Hai ragione. E’ sicuramente dura. Noi, nel nostro piccolo, ci siamo organizzati, e cerchiamo di muoverci. Non è facile, però ci accorgiamo che molte persone, quando riescono ad avere le informazioni che il potere nasconde, la propria opinione la cambiano.

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