Unity, entry level.

Lavoro ad uno stand, in una iniziativa dentro il lazzaretto di Bergamo. Un chiostro grandissimo, con un bel prato curato nel mezzo: l’aria è subito quella di Monluè negli anni 90, quando era il movimento a organizzare incontri e concerti, e io ci passavo le notti con gli occhi spalancati, a respirare vita umana mentre intorno ci costruivano le gabbie per polli in cui siamo oggi.

Qui oggi sto tra stand di improbabili associazioni di volontariato a favore delle cause più impensabili, e tavoli di istituzioni che “ci devono essere”, ma naturalmente non gliene frega niente, e quindi delegano giovani stagiste in divisa che appena capiscono l’atmosfera subito si mettono a loro agio.

Scende la sera e la pioggia ci risparmia, resta una luce radente che se attraverso il prato mi fa vedere sagome senza facce, e forse proprio per quello tanto piacevoli da avere intorno, mentre dal palco un ripescato Finardi canta canzoni che una volta cantavo.

Tra le nuvole che si aprono, c’è la luna piena che si fa vedere, ed è tutto perfetto.

Uomini e donne che stanno insieme, che condividono uno spazio libero, con la musica che li fa galleggiare sulle stesse onde.

Serve a ricordarsi come mai ad un certo punto uno si trova dietro ai giradischi, e com’è che ci dedica così tanta energia, vita, passione.

Per ricompensa.

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