I sacrifici si fanno.

In una sera all’aperto, solita situazione, parcheggio di periferia locale vuoto musica nostra. Ritrovo un amico del Marocco, non lo vedo da un po’. Ci diamo aggiornamenti.

Ha trent’anni, e quattro figli.
Non è spaventato dal paese-da-apartheid che stiamo diventando. E’ ottimista, dice.
Perchè tutti gli italiani che conosce sono brave persone.

Sono tutti gli altri, penso io, quelli che non escono di casa, quelli di cui aver paura.

Ha trent’anni e quattro figli che consumano dvd come caramelle, e lui marocchino coi dread malato di anime giapponesi ha imparato a memoria la prima serie di Naruto riguardandola tutta con loro trenta volte. Multikulti realizzato, in un appartamento di Vimercate come a Berlino.

Parla di sua moglie con distacco, a volte quasi con distanza – ma è un pudore, perchè poi esce anche il rispetto, l’importanza. Non mi dice mai il nome di lei.

Parla di quattro figli, che ha voluto fare, dice – per dare qualcosa al mondo. Per costruire qualcosa. A chi gli chiede se non sono tanti, ti dice che ai figli riesci sempre a dar da mangiare, anche se ne hai 10: I sacrifici si fanno, è normale.

Penso alle foto di feste trendissime piene di fighe esanguissime e di checche truccatissime che arrivano al mio profilo facebook tramite i tag. A quelle merde incravattate che mi stanno vendendo casa. Alla droga catodica versata a carriole nei cervelli di questa nazione, per farle pensare che solo vincere conta – e l’importante è che vincano quelli giusti.

Ai discorsi dei miei nonni, che dicevano le stesse cose: i sacrifici si fanno, è normale.
Vedi alle volte che giri devi fare, per reincontrare le tue radici.

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