it is no mystery / we making history

Nonostante io possa immaginare che il buon Linton Kwesi Johnson (autore della canzone ripresa nel titolo del post) abbia parecchio da dire su Obama, sono colpito dalle giornate di celebrazione dell’insediamento del primo black president -in particolare da quello che non  ci fanno vedere in tv, e che devo ringraziare Radio Popolare – per una volta all’altezza della sua fama – e in particolare l’inviato Roberto Festa, per aver scovato e messo in onda.

Si tratta soprattutto di un rito collettivo, di centinaia di migliaia di persone, per esorcizzare Bush e l’America che aveva imposto al mondo: quella del campo di concentramento di Guantanamo bay, delle torture ai prigionieri di Abu Graib, della guerra infinita (guerra peraltro di cui il presidente Bush aveva annunciato la vittoria due anni fa – ma i soldati sono ancora lì, mi risulta…) per cercare armi di distruzione di massa che non esistono – come anche i ciechi e i sordi hanno ormai capito. L’America della paura, del sospetto, delle armi nei supermercati, dell’egoismo e della supremazia del denaro.

Io non credo che Barack Hussein Obama potrà cambiare con la bacchetta magica il suo paese (figuriamoci il mondo), ma lo ringrazio anche solo per aver consentito a due milioni di persone americane di ritrovarsi insieme, fianco a fianco, a fare festa per tre giorni, a incontrarsi, a parlarsi, a riconoscersi parte di qualcosa: di una comunità. Poi, certo, il tizio mi è simpatico: va a mangiare in trattoria, nella giornata nazionale del volontariato lo avvistano in un centro accoglienza per giovani senzatetto, e naturalmente è di discendenza africana, che già di per sè è uno schiaffo in faccia a quell’america lì che non sopporto.

Infatti sono un po’ preoccupato, di cosa faranno le sette di fanatici cristiani e guerrafondai vari e  razzisti – in – nome – di – cristo, e tutto un numero sterminato di persone sprofondate nella famosa “america profonda”: se si riscuoteranno dal sonno rendendosi conto di aver davanti un passaggio che resterà nei libri di storia, o se coveranno il loro livore fino alla prima occasione buona — come hanno sempre fatto i loro simili qui da noi in Itaglia.

Non che non veda in queste giornate l’ennesima convalida della lettura “imperiale” del mondo di oggi: le moltitudini accorrono festanti all’incoronazione del nuovo imperatore, che regala feste, giochi e grano al popolo, e addirittura una tregua reale (a Gaza) per festeggiare meglio. In effetti il mio cervello continua a riferirsi in automatico ai festeggiamenti di oggi come “incoronazione” di Obama – e di solito queste cose io le ascolto con attenzione.

Però mi piace quello che sento raccontare da Washington, nei prati e in riva alle vasche del Lincoln Memorial: i concerti improvvisati, i bar aperti fino alle 4 di mattina, gli happening di migliaia di improbabili artisti di strada, i pupazzi di Bush bersagliati di scarpe, i vecchi partecipanti alle marce di M. Luther King (ieri era il suo compleanno) con le lacrime agli occhi, una comunità che si riconosce e gioisce insieme, con la potenza geometrica della festa e della gioia collettiva, che come si sa è sovversiva di per sè.

Se avessi tempo e soldi, in questi giorni sarei anche io in giro per quei prati di Washington, a ricaricare un po’ le pile della speranza nelle persone.

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